Cinesaggistica

Locandina-GhostbustersLa prematura scomparsa di Harold Ramis ha intristito tutti. Perché probabilmente con lui se ne va anche un pezzo di storia di un cinema che negli anni ’80 ha spopolato, con la qualità delle riprese, con la geniale inventiva nelle situazioni comiche, con i dialoghi esilaranti. Ed è una beffa enorme pensare che l’attore-sceneggiatore sia mancato proprio nell’anno in cui i Ghostbusters, per altro inventati dallo stesso Ramis e da Dan Aykroyd, compiono 30 anni.

«Non hai provato a starne fuori tu non sai che vuol dire: io ho lavorato nel settore privato, pretendono risultati!» (Ray Stantz)

Era infatti il 1984 quando nelle sale statunitensi stava per apparire un film che sarebbe presto diventato una vera e propria opera di culto anche per le generazioni a venire. La trama, celeberrima, già di per sé era qualcosa di geniale ed inedito: tre dottori di ricerca universitari, Peter Venkman, Raymond Stantz ed Egon Spengler sono certi dell’esistenza del paranormale, ma non riescono a dimostrarlo. Fino a che non si trovano ad avere un contatto diretto con un fantasma della biblioteca della 5th Avenue di New York, e allora tutte le loro prospettive cambiano: perché non trovare un modo per catturare i fantasmi?

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SirkNella percezione diffusa il nome di Douglas Sirk si associa al melodramma classico. A dispetto di una produzione vastissima, distribuita in quasi mezzo secolo di attività, è indubbio che la sua fama sia legata alla fortunata stagione del cosiddetto “Periodo Universal”, inaugurato nel 1950 e concluso nel 1959 con la realizzazione di un film-summa come Lo specchio della vita. Nell’arco di una decade tra le più fertili della storia del cinema, Sirk fu in grado di inanellare una incredibile sequenza di grandissimi film destinati a fondare il centro e il nucleo di un personale e coerente discorso cinematografico. Come spesso è accaduto per grandi autori che si sono misurati con i codici dei generi, a Sirk la rigida cornice del melodramma ha fornito l’occasione perfetta per affondare il suo sguardo di esule tedesco, fuggito all’orrore nazista per proteggere sua moglie Hilde, dentro le contraddizioni profonde insite nella società e nel costume americano. In tempi più recenti anche un altro grande tedesco esule e “sradicato” come Werner Herzog ha compiuto un itinerario simile, scandagliando con i suoi documentari (Into the Abyss, Death Row) i recessi più cupi dell’americanità.

Se Herzog sta concentrando la sua attenzione su aspetti come il rispetto dei diritti umani e la violenza giovanile, Sirk nel lontano 1950, sotto l’apparenza rassicurante e mainstream di un cinema di sentimenti, lacrime e passioni brucianti, ha innestato riflessioni di portata rivoluzionaria su integrazione, pregiudizio e uguaglianza.

In Douglas Sirk un esponente centrale del Nuovo Cinema Tedesco come Rainer Werner Fassbinder ha identificato la figura paterna capace di fare da ponte con un passato (di celluloide e non solo) sottoposto a violenti processi di rimozione ed emendazione collettiva. In una celebre dichiarazione d’amore nei confronti del cineasta di Amburgo, Fassbinder affermava: “il cinema di Douglas Sirk libera la mente”. Fermarsi alla superficie di questo straordinario testo audiovisivo significherebbe rinunciare a coglierne l’essenza più intima, osservando la splendida immagine incorniciata da uno specchio senza cercare di mettere a fuoco la forma e i contorni dell’oggetto riflesso.

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impero-fallisce-ancora-05-wpcf 970x545Non chiamateli “per bambini”. Ecco la frase che forse si addice maggiormente ai Lego, i mattoncini che hanno visto per la prima volta la luce il 28 gennaio 1958, grazie al genio danese Oleg Kirk Christiansen. Ciò che lui forse non si aspettava è la piega poi presa dalla sua creazione, che, da ottimo intrattenimento ludico didattico per l’infanzia, si è poi trasformato qualcosa di più serio, arrivando al collezionismo con set speciali (si pensi agli ultimi: per la prossima uscita nei cinema di Ninja Turtles, per i 25 anni di Ritorno al Futuro, un set speciale da collezione dei Simpsons e per il 30° anniversario dei Ghostbusters), passando per i videogiochi, e, negli ultimi anni, arrivando ai mediometraggi, spesso unendo i tre aspetti in una vera e propria evoluzione.

L’esempio più eclatante è senza dubbio Star Wars, una sorta di precursore o di apripista, per cui dal 1999 sono realizzato più di 125 set differenti, 60 veicoli e 80 minifigure, arrivando a portare alla luce anche la meravigliosa Morte Nera (400€ di spesa per 3803 mattoncini) e continuando tutt’oggi la produzione, vista l’imminente uscita di Star Wars: Episodio VII, per mano di J.J Abrams. E se poter montare personalmente il Millennium Falcon, far sfidare le minifigure di Luke Skywalker, Yoda e Darth Vader sembrava un sogno per gli appassionati, la vera svolta arriva nel 2005, quando l’accordo tra Lego, Lucas Arts e TT (Traveller’s Tales, che si occuperà anche di tutti i futuri prodotti videoludici Lego) permette di dare alla luce Lego Star Wars: Il Videogioco, seguito da altri 3 capitoli nel 2006 (Lego Star Wars II: La trilogia classica), 2007 (Lego Star Wars: La saga completa) e 2011 (Lego Star Wars III: The Clone Wars). Il successo di questi prodotti lo si doveva al mix di precisione nella ricostruzione degli ambienti, unito a una dose estrema di autoironia e di avventura, adatta ai più piccoli come difficoltà, ma con riferimenti che solo i più grandi possono capire. A coronamento di questo percorso è arrivata anche l’home video: sono infatti del 2011, La minaccia Padawan, e del 2013, L’Impero fallisce ancora e Le cronache di Yoda. Si tratta di corti di animazione di grandissima qualità, della durata di 30 minuti circa ciascuno, in cui vengono raccontate delle storie inedite, tra prequel e sequel dei celeberrimi 6 capitoli usciti sul grande schermo, in cui la componente comica e farsesca vince su tutto, e in cui, però, solo un conoscitore della saga originale può comprendere in pieno le potenzialità e la genialità dell’operazione.

 

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I wandered lonely as a cloud

That floats on high o'er vales and hills,

When all at once I saw a crowd,

A host of golden daffodils.

William Wordsworth

 

 

Edward Bloom è il Phineas T. Barnum dell’età contemporanea, dotato del potere più prezioso e raro che ci possa essere: costruire lo straordinario a partire dall’ordinario. Come il noto impresario circense, Bloom (di Joyciana memoria) prende la banalità brutta e sporca del nostro quotidiano e la rilegge, la reinventa, aggiunge e sottrae, cesella, affina, esagera: modella senza sforzi la superficie piatta in favola arzigogolata.

Barnum prendeva una scimmia impagliata, le cuciva la coda di un grosso pesce ed ecco a voi la Sirenetta, con cui incantava generazioni di spettatori ingenui, che volevano scioccamente solo sognare.

Un nano era trasformato in un bambino prodigio, due fratelli macrocefali nei mitici bambini aztechi, il pinhead William Henry Johnson nel selvaggio primitivo, anello di congiunzione tra l’uomo e la scimmia.

 

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Locandina FargoQUELLA CHE VEDRETE É UNA STORIA VERA – I fatti esposti nel film sono accaduti nel 1987 nel Minnesota. Su richiesta dei superstiti, sono stati usati dei nomi fittizi. Per rispettare le vittime tutto il resto è stato fedelmente riportato.

Seguito ideale (seppur climaticamente agli antipodi) di Blood Simple, Fargo è una lucida e agghiacciante riflessione sul male nascosto dietro un fittizio velo di quotidianità e semplicità. La provincia americana così fredda e asettica è specchio di una società che ha ormai passivamente accettato la violenza e l’amoralità; ed è proprio lì dove sembra che nulla fuori dall’ordinario possa succedere che si nascondo gli orrori più sconvolgenti e torbidi.

L’orrore del quotidiano provinciale viene osservato con sguardo ironico e distaccato, mentre l’umorismo nero e macabro dei due fratelli del Minnesota raggiunge nuove vette: esemplare in tal senso è una scena di lotta che vede coinvolto Carl Showalter, il personaggio interpretato da Steve Buscemi.

Nella suddetta scena viene inserita un’inquadratura in dettaglio di una gamba di Carl, che indossa pantaloni color beige e un calzino bianco. Ad una visione superficiale quell’inquadratura sembra assolutamente fuori contesto, ellittica e inutile, ma più avanti nel film rivedremo quello stesso dettaglio della gamba con i pantaloni beige e il calzino bianco e in tal modo sapremo che la gamba che Gaer Grimsrud (Peter Stormare) sta inserendo nel trituratore del legno è proprio quella del suo complice. Attraverso un semplice dettaglio i Coen hanno voluto anticipare e sottolineare con ironia la terribile sorte che spetta al personaggio di Carl.

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