locandina-story-of-films-2Gli anni ’70 hanno rappresentato una nuova Età dell’Oro per la settima arte. Mark Cousins sceglie di raccontarli mettendo a fuoco due differenti tagli prospettici: quello degli autori emergenti, in America e nel resto del mondo, e quello dell’industria cinematografica, rinnovata grazie al decisivo apporto creativo di alcuni grandi registi. Nel primo gruppo Cousins inserisce tra gli americani nomi fondamentali come quelli di Altman, Coppola, Scorsese, Allen, Peckinpah e Malick e tra gli europei i tedeschi Fassbinder e Wenders, l’inglese Ken Russell, il curdo Yilmaz Guney e il cileno Jodorowsky. Nel secondo gruppo, quello dei registi main-stream o “di massa” Cousins colloca gli orientali John Woo e Tsui Ark e gli americani Spielberg, Friedkin e Lucas, autori rispettivamente di tre pellicole considerate da Cousins cruciali per il cinema di quegli anni: Lo squalo, L’esorcista e Guerre Stellari: Una nuova speranza. Il taglio delle scelte che Cousins compie, invece, per raccontare il decennio successivo, quello degli anni ’80, è più marcatamente politico.

La sua attenzione si concentra sui quei cineasti che, in giro per il mondo, hanno dato voce a proteste e istanze sociali negli anni dell’edonismo reaganiano e del tatcherismo imperante: il cinese Zhang Yimou, l’americano Spike Lee, lo spagnolo Almodovar e gli inglesi Stephen Frears, Terence Davies e Peter Greenaway. Non può infine non destare grande curiosità tra i cinefili la direzione che le scelte del documentario di Cousins impongono al racconto dei 20 anni di cinema a noi più vicini. L’evento cruciale, autentico spartiacque tra un prima e un dopo, è l’avvento del digitale, e la conseguente transitoria perdita di consistenza e distanza dalla “realtà” che, come una vertigine, sembra aver accompagnato l’introduzione di questa fondamentale novità.

Poco prima della grande esplosione del digitale, secondo Cousins, alcuni cineasti sono stati in grado di catturare, su pellicola, gli ultimi fuochi di un contatto intimo con la realtà che di lì a breve si sarebbe sfilacciato. Tra questi occupano una posizione di assoluta preminenza i cineasti iraniani Abbas Kiarostami, Mohsen e Samira Makhmalbaf e il fondatore del movimento Dogma Lars Von Trier. In netta contrapposizione con il loro linguaggio cinematografico asciutto ed essenziale Cousins pone la digitalizzazione estrema di James Cameron e Ridley Scott, ma anche le stilizzazioni post-moderne di Quentin Tarantino e dei fratelli Coen. La lunghissima cavalcata di Story of Film si conclude, a ridosso del terzo millennio, con un film-eccezione, che è giusto non svelare, in grado di coniugare magnificamente innovazione tecnica e ricchezza narrativa, profondità storica ed estetica sublime, visione personale ed afflato universale. Proprio quando il digitale sembrava aver interrotto il legame tra cinema e realtà, alcuni cineasti della Vecchia Europa e del lontano oriente lo hanno riaffermato con rinnovato vigore. Le loro opere testimoniano che la storia del cinema ha davanti a sé molti nuovi capitoli ancora da scrivere, oltre la nostra stessa immaginazione.

Impossibile non riconoscere l’importanza dello sforzo, titanico, posto in essere da Mark Cousins nell’ambizioso tentativo di racchiudere tutto il cinema (o almeno quello da lui reputato degno di essere ricordato) dentro un solo, pur lungo, film. E’ inevitabile tuttavia che una operazione del genere finisca per evidenziare i limiti ineludibili insiti nelle scelte, sempre arbitrarie, di inclusione ed esclusione. Pur sforzandosi di contenere i suoi criteri dentro un registro di oggettività storica, Cousins spesso stupisce per le lacune che la sua storia del cinema in alcuni passaggi evidenzia. La sua prospettiva è chiara: il suo è un punto di vista dichiaratamente “militante”, che preferisce film di interesse sociale, spesso di cinematografie marginalizzate (come quella africana o sudamericana), ai grandi blockbuster hollywoodiani. E che sceglie come interlocutori privilegiati registi “della marginalità”: donne, omosessuali, cineasti che hanno subito censure politiche e discriminazioni razziali. Sì è detto delle molte, inevitabili lacune. Due le grandi assenti dal ricco parterre di donne con la macchina da presa, per esempio: Mira Nair e Kathryn Bigelow. E i silenzi, assordanti, non sono pochi: dalla trattazione del cinema coreano degli ultimi anni è completamente escluso, inspiegabilmente, Kim-Ki Duk. E da quello americano Paul Thomas Anderson. Spingendosi più a ritroso le lacune si fanno meno influenzabili da gusti e preferenze personali, a conferma di quanto sempre sostenuto dagli storiografi su come una distanza temporale corta rispetto ai fatti storici raccontati consenta una messa a fuoco spesso limitata. Tra le assenze più pesanti quelle di cineasti, in assoluto, comunque monumentali come Michael Cimino, Samuel Fuller e Max Ophuls, ma la lista potrebbe continuare impietosa: Terry Gilliam, Jim Jarmusch, Jafar Panahi, Abel Ferrara, Blake Edwards, John Carpenter, Tim Burton, Kitano, Miyazaki, Romero, Kaurismaki. Così tanti nomi da poter scrivere un’altra storia del cinema, a cui forse Cousins prima o poi potrebbe pensare di rendere giustizia.

Ad ognuno dei cineasti intervistati Cousins ha chiesto di scrivere il proprio nome su una superficie diversa: il vetro di una finestra, un bicchiere di cristallo, un foglio trasparente. E’ forse in questo gesto, nell’atto di un autografo apposto su un pezzo “trasparente” di realtà, che è possibile rintracciare la chiave di lettura più interessante di tutta l’opera di Cousins. Un film è sempre frutto di una sintesi: tra reale e immaginato, luce e ombra, pensiero e azione, individuo e collettività, materiale e immateriale. E come tale non può non muoversi dentro un corridoio ideale di atemporalità che allaccia il passato con il futuro. Il cursore del montaggio dell’Odissea di Cousins scorre costantemente lungo il binario di questa direttrice, dischiudendo continui, sbalorditivi miracoli di associazione cronologica. Se il cinema è l’arte di scolpire il tempo, Cousins ci ha permesso di accarezzare con lo sguardo un monolito lungo 122 anni e 900 minuti. Una ricapitolazione appassionata e imperfetta del cinema che è stato, e di tutto quello che ancora abbiamo bisogno di vedere.

 

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