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Avrebbe compiuto cent’anni, lo scorso 5 marzo, l’intellettuale più eclettico, versatile e controverso del secolo scorso. Su Pier Paolo Pasolini è stato detto tanto, tutto. Celebrare il centenario della sua nascita, senza rischiare di glorificarne l’opera omnia cedendo ad un certo manierismo didascalico, è un’impresa delicata e complessa: perché in Pasolini, rispetto ad altri, non vi è ambito che non sia stato profondamente indagato, analizzato, sviscerato. Poeta (scrisse migliaia di versi), romanziere, cineasta (ventiquattro pellicole), teorico, critico, saggista, drammaturgo, pittore. Cosa ci resta da dire, dunque, su Pasolini, che non sia già edito?

A parlare dell’uomo dello scandalo immorale (accusato di vilipendio alla religione di stato, con ventiquattro denunce/querele ricevute durante l’arco della sua vita) ci hanno già pensato i suoi detrattori col gusto del sensazionalismo manicheo: un rigorismo che rifiuta ipocritamente l’esistenza di anime imbevute di zone intermedie, fatte di penombre, di sublimi contraddizioni che sanno farsi crepa, ma è in grado di riconoscere e accettare soltanto il bene che trionfa sul male, in un tripudio normativo omologante e dicotomico proprio di quella cultura cattolico-democristiana che Pasolini da sempre rifiutò.

Per comprendere il profilo dell’intellettuale non possiamo, dunque, prescindere innanzitutto dalla messa in luce della sua personalità estremamente stratificata e contraddittoria: antitetico al modello corrente, anticonformista di natura, Pasolini era anche un uomo visceralmente legato alla tradizione, quella contadina, pastorale, proletaria (come testimoniamo quasi tutte le sue opere cinematografiche). Rigettava la modernità, nella sua foga esasperata di dominare il mondo, avvalorando, di contro, un passato contenente verità pre-simboliche intrinsecamente inaccessibili all’uomo odierno e andate per sempre perdute. Uomo dal temperamento individualista, solitario, eppure testimone coraggioso dell’impegno civile e politico: militante del PCI (fino all’anno della sua espulsione nel 1949), quindi fautore di quel senso di unione comunitaria e lotta collettiva, intrattenne un rapporto di tensione critica e costante contrasto con il partito per tutta la vita (di esemplare limpidezza i versi dedicati a Gramsci “Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere con te e contro di te; con te nel cuore, in luce, contro di te nelle buie viscere”).

Marxista radicale, sedicente ateo, eppure non c’è niente di Pasolini che si possa comprendere se non lo si legge attraverso la concezione sacra e cristiana di cui è pervasa l’opera sua tutta: attraverso, cioè, quel senso divino del mondo non inteso alla maniera cattolica – in cui il sentimento religioso aspira a trascendere la dimensione immanente della vita terrena attraverso la fuga e la liberazione dal materiale –, ma come snodo sacro che lega assieme l’elemento dell’immanenza all’elemento della trascendenza, e fa sì che l’una sia una piega interna all’altra. “Ciò che è sacro si conserva accanto alla sua nuova forma sconsacrata”. Per Pasolini, il sacro “non trascende il mondo, ma dimora nella sua concreta inconoscibilità”. È questo che tutta la sua opera glorifica: il numinoso è dappertutto, il divino non è oltre questo mondo, ma è il mondo stesso.

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In conclusione, potremmo dire che Pasolini incarnava spinte propulsive contrarie tra loro: Lacan direbbe che era un soggetto diviso, spaccato in due: un moderno tradizionalista, un ateo religioso, un avanguardista conservatore. Eppure questa esegesi dell’artista, oggigiorno per noi chiaramente intellegibile, non fu altrettanto intuitiva per la società contemporanea al poeta bolognese che, nell’arco di tutta la sua carriera - nonostante si stagliasse durante l’era delle agitazioni e delle contestazioni sessantottine – venne spesso ingiuriato, oltraggiato e aspramente incompreso dai più, fino al tragico epilogo, tristemente noto, che lo vide soccombere alla violenza coercitiva figlia di quel modello di potere che egli tentò di estirpare come veleno per tutta la vita.

Oggi, al contrario, unanimemente riconosciuto dall’opinione pubblica (fatta eccezione per qualche frangia nostalgica del ventennio di matrice populista) come uno dei più grandi artisti della storia del nostro Paese, la sua personalità fortemente radicale e la durezza drastica dei suoi ammonimenti non ci fanno più paura. Lo spirito critico caustico, lo sguardo apocalittico sul mondo dell’avvenire, l’amara previsione di una società destinata a collassare su se stessa, la terribile e profetica rivelazione finale: “il potere della società dei consumi ci annienterà, lo sta già facendo, e non ce ne siamo resi conto”: oggi tutto questo non fa più paura. Non perché le sue parole si siano rivelate inconcrete, ma perché esse risuonano nei nostri cuori quanto più terribilmente vicine alla realtà che mai.

Il nuovo padrone è un padrone anarchico e senza volto: è la macchina acefala e infernale del godimento edonistico-consumistico, che produce oggetti di godimento illimitati prefigurandosi, così, la creazione di mancanze finalizzate a rilanciare costantemente la domanda, in un perpetuo gioco sadico che non culmina mai (Freud, riflettendo sul fenomeno del consumismo nella psicologia delle masse, parlava di “maniacalità bulimica”). In questo scenario, si apre la faglia: quel condiviso senso di vuoto atavico, il malessere generazionale e la rassegnazione ad un mondo dal sapore ingovernabile.

La lucida premonizione che ebbe Pasolini sessant’anni fa per noi è oggi cocente consapevolezza. Pasolini stava parlando a noi, per noi. Per questo il poeta è stato riscoperto, riletto, ri-amato. Per questo non possiamo non fare i conti col seme da lui coltivato, perché ne vediamo e assaporiamo i frutti marcescenti oggi, perché ogni monito e intuizione rappresentano un lascito prezioso, l’eredità culturale alla quale aggrapparci per non rischiare di essere soggiogati dal mito del potere, dal dominio del falso progresso, dall’abbaglio luccicante dello standard estetico svuotato di ogni bellezza, dalla falsa illusione di un mondo di sfarzi e fastosità in cui tutto è possibile, e invece tutto aliena e si fa sentore di morte, disagio e distruzione.

Quelle che oggi definiremmo come posizioni di stampo anti-liberalistiche e anti-globalistiche erano state incarnate, anticipatamente, dalla straordinaria sensibilità di un uomo dal fulgido attaccamento alla vita, ma allo stesso tempo dolorosamente logorato, sul finire dei suoi anni, dall’orrore della nascente società dei consumi che, dopo il boom economico, andava delineandosi in modo crescente e – oggi potremmo dire – senza soluzione di ritorno.

Ed è soprattutto grazie alla generazione millennial (quella nata e cresciuta in piena egemonia culturale neo-liberista, che ha visto – a sua insaputa – scemare il fervore e il sogno del comunismo, surclassato a destra dal moto imperante individualista e distruttivo di Thatcher e Reagan) che gli è stata restituita dignità di uomo, prima che di artista ed intellettuale. La società contemporanea altro non è che la tragica realizzazione della predizione pasoliniana; per questo ci commuovono le sue parole, ci lacera e riempie la sua immensa verità: per questo Pasolini è diventato per noi un’icona pop, intesa nel senso autenticamente popolare del termine. Per questo, cento volte grazie Pier Paolo Pasolini.

 

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