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1994. Siamo in un periodo particolarmente produttivo nel mondo del cinema horror, un periodo di vera e propria riflessione, di analisi e di revisione come forse mai prima era accaduto. Artisti del calibro di Sam Raimi, Wes Craven e naturalmente John Carpenter decidono, per vie totalmente differenti, di studiarne aspetti e costrutti che portano alla creazione di questo genere e alla conseguente messa in scena della paura e dei nostri incubi più profondi, senza disdegnare un pizzico di ironia nelle loro validissime analisi.

Prendiamo per un attimo ad esempio la trilogia de La Casa di Sam Raimi, conclusasi appena un anno prima, nel 1993, con l’uscita de L’Armata delle Tenebre, per comprendere come anche aspetti più graffianti e beffardi si inseriscano sempre di più in questo microcosmo filmico. Certamente ogni percorso artistico rimane a sé stante ma, seppur per vie traverse, non è detto che questi grandi registi non abbiano subito in qualche modo un'involontaria influenza reciproca sulle loro opere. Per Carpenter questo rimane l’anno in cui dà alla luce quello che per molti rimane il suo più grande capolavoro: Il Seme della Follia.

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In realtà la sceneggiatura del film, scritta in maniera magistrale da Michael De Luca, era già pronta alla fine degli anni Ottanta e fu proposta allo stesso Carpenter in quel periodo. Il regista americano fu costretto momentaneamente a rifiutare per via di altri impegni cinematografici che lo tenevano occupato. Per tale motivo la New Line Cinema decise di virare verso altre scelte contattando Tony Randel per dirigere il film. Come sappiamo, però, alla fine varie vicissitudini portarono comunque il cineasta newyorkese a prendere in mano le redini del progetto. Fondamentale nella scelta di accettare tale opportunità fu proprio la possibilità di lavorare su uno script dai fortissime echi lovecraftiani, presenti nella storia creata da De Luca. La passione per H.P. Lovecraft da parte di Carpenter è più che mai nota e già nei precedenti film che compongono la trilogia dell’Apocalisse sono presenti parecchi riferimenti al solitario di Providence, ma è con Il Seme della Follia che questi vengono maggiormente riproposti in scena.

Non fu comunque solo tale aspetto a incuriosire e ad attrarre il cineasta: il cinema carpenteriano, infatti, dal Signore del Male in avanti vira sempre più verso una disgregazione di quella linearità costruttiva che l’aveva contraddistinto, proponendo una stratificazione maggiore a favore di una profondità narrativa mai raggiunta prima. Il solo fatto di raccontare e di visionare il film come un lungo flashback è una novità assoluta da parte del regista, ma lo sono ancor di più i molteplici “strati” di cui si compone l’opera. È per tale motivo che lo stesso artista considera In The Mouth of Madness come la sua creazione più complicata e dal punto di vista tecnico la più difficile, soprattutto a livello di montaggio, affidato alle sapienti mani di Edward E. Warschilka.

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La storia parte con l’internazione in un ospedale psichiatrico di John Trent (Sam Neill), investigatore privato ingaggiato spesso per truffe alle assicurazioni, che si presenta in uno stato al limite della follia. Interrogato da uno dei dottori riguardo alla sua condizione, inizia un lunga digressione sugli eventi che lo hanno condotto fin lì i quali ci portano a scoprire come Trent fosse stato incaricato dall’editore Jackson Harglow (Charlton Heston) per ritrovare il loro scrittore di maggior successo, Sutter Cane (Jurgen Prochnow), scomparso proprio a ridosso della consegna del suo nuovo romanzo dell’orrore. Gli scritti di Cane inoltre sembrano indurre i lettori verso una spirale di violenza e pazzia che pervade gran parte della popolazione, visto anche il grandissimo successo di tali libri. Convinto che sia la scomparsa dello scrittore che lo squilibrio generale che portano i suoi scritti siano solamente delle trovate pubblicitarie per lanciare l’imminente uscita dell’opera di Cane, Trent inizia ad indagare, partendo con la lettura proprio dei suoi romanzi. Attraverso un’attenta analisi delle loro copertine, l’investigatore scopre una mappa che conduce nella cittadina sperduta di Hobb’s End, dove spera di trovare risposte. Accompagnato dall’assistente di Harglow Linda (Julie Carmen) si reca sul posto dove i due assistono ad eventi che rispecchiano le storie di Cane, in particolare legate alla bozza del suo nuovo libro. Realtà e finzione iniziano a fondersi e la loro distinzione risulta sempre più sottile fino a giungere alla loro completa unione che ci porta di fatto all’impossibilità di dissociare la verità dalla creazione artistica.

Carpenter, così come per gli altri due capitoli che compongono la Trilogia dell’Apocalisse, La Cosa e Il Signore del Male, gioca con le certezze dello spettatore mettendone in dubbio il suo raziocinante concetto di realtà, ma stavolta allarga tale analisi sfruttando il mezzo filmico per affrontare un più profondo discorso che coinvolge l’idea stessa alla base dell’immaginazione cinematografica attraverso una sofisticata dissertazione meta-testuale, come suggeriscono differenti scene tra cui quella finale. Prende probabilmente il suo personaggio più pensante e materiale come Trent, e lo svuota delle sue certezze più concrete, immergendolo in un contesto totalmente immaginifico che lo conduce inevitabilmente alla pazzia.

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La realtà diviene così quella modellata dalla penna del romanziere Cane, paragonato nel film a Stephen King, e non quella della ragione. Tale sconvolgente espediente pone l’uomo in una condizione di assoluta incertezza, senza basi solide a cui ancorarsi, nemmeno il proprio libero arbitrio, costringendolo a una ricerca infinita nel tentativo di scovare miriadi di pseudo – verità. È questo probabilmente il lato più lovecraftiano del film che ha colpito e affascinato il regista fin dalla prima lettura della sceneggiatura. Certamente esistono ulteriori accostamenti anche più espliciti allo scrittore più amato da Carpenter, basti pensare al titolo stesso del film In The Mouth of Madness, riferimento nemmeno troppo velato a At The Mountain of Madness di Lovecraft, o agli stessi scritti di Cane i cui titoli sono un rimpasto di quelli dell’artista di Providence. Come già accennato sono due le scene principali che suggeriscono tale disamina: sicuramente l’idea del libro come portale per il passaggio di creature di un altro mondo è un espediente fondamentale nella ricerca ideologica dell’opera, tanto che inizialmente il finale prevedeva l’immagine dell’intera città di Hobb’s End totalmente fagocitata dalle pagine del romanzo stesso. Questa idea venne scartata per problemi di budget ma fu sostituita con una ancor più simbolica che ci porta a parlare del finale ancora una volta fondamentale nella disamina dei film della trilogia. Trent uscito dall’ospedale psichiatrico si ritrova in un mondo in assoluto sfacelo, entrato in un cinema si siede per osservare un film che altro non è che quello della storia da noi appena visionata e da lui appena raccontata. Carpenter pone il protagonista principale del film nelle stesse condizioni dello spettatore che altro non può fare che costatare per l’ennesima volta la sua impossibilità nel comprendere la realtà.

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L’Uomo, rappresentato nella sua condizione da Trent stesso non può far altro che scoppiare in una beffarda risata, data la sua sconcertante inezia di fronte ai meccanismi che governano l’universo. Probabilmente conclusione più tetra e geniale non poteva esserci per questa trilogia tematica da parte del cineasta e il fatto stesso che tale esito porti a una riflessione ancor più ampia riguardante la fascinazione che l’arte, in questo caso cinema e letteratura, aprendo alla possibilità di nuovi mondi e di nuovi concetti e creature al di fuori della nostra tangibilità pone tale pellicola ad un livello ancora superiore rispetto ai precedenti film che compongono il trittico. Per tale motivo non è azzardato riconoscere ne Il Seme della follia uno dei migliori film della carriera di Carpenter e senza esagerare dell’intero panorama horror degli anni '90 e non solo, proprio per la sua capacità di fondere in maniera assolutamente perfetta il racconto di una storia con lo studio meta – testuale, senza perdere in ritmo e credibilità ma anzi riuscendo a non discernere queste due entità, creando un unicum nella produzione orrorifica moderna.

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