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1987. Dopo alcuni film di insuccesso al botteghino prodotti dalle major, tra cui quello de La Cosa, John Carpenter decide ed in parte è costretto a tornare a lavorare con produzioni a basso budget. Grazie all’amico Larry Franco ottiene un contratto con la Alive Pictures con cui si accorda per la realizzazione di quattro lungometraggi. Il primo di questi è appunto Il Signore del Male, secondo capitolo della Trilogia dell’Apocalisse, di cui il regista firma anche la sceneggiatura sotto lo pseudonimo di Martin Quatermass, omaggiando così la serie TV, da lui particolarmente apprezzata, scritta da Nigel Kneale.

Nell’opera ritornano i temi più cari al regista americano, tra cui appunto quello apocalittico, arricchiti però da una nuova importantissima visione che accompagnerà da qui in poi l’intera filmografia del cineasta: stiamo parlando della fisica quantistica e della teoria della relatività, da lui studiate e approfondite nel corso della metà degli anni Ottanta. È vero che già in precedenza, soprattutto ne La Cosa, Carpenter aveva in parte affrontato tali tematiche riguardanti principalmente la possibilità di nuove realtà differenti dalla nostra, ma è solo da qui che decide di scavare in profondità e scalfire definitivamente quella superficie che ci ancora al nostro visibile e alla vita concreta da noi percepita.

Se l’anno precedente il regista, con la messa in scena di Grosso Guaio a Chinatown, ancora con protagonista il suo attore simbolo Kurt Russell, aveva in qualche modo spinto al massimo sull’acceleratore producendo un film dal ritmo indiavolato, cinetico e in un certo tal verso dai toni velatamente più blandi, con Il Signore del Male Carpenter decide di tirare il freno a mano e di girare con una cadenza più lenta affrontando tematiche e concetti di estrema difficoltà esplicativa, forse superati in tal senso solamente da quelli sciorinati ne Il Seme della Follia. Sotto una storia apparentemente “semplice” e lineare, infatti, il cineasta nasconde nozioni altamente scientifiche e ribalta dogmi religiosi in maniera lucida e perspicace, richiedendo al suo spettatore una notevole attenzione e collaborazione per non perdere nessun minimo passaggio.

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L’intreccio ha inizio con la morte misteriosa di un sacerdote, custode della chiesa di Saint Godard’s a Los Angeles. Tramite la lettura dei suoi diari, il suo successore, Padre Loomis (Donald Pleasance), scoprirà un oscuro segreto legato alla cosiddetta Confraternita del Sonno, una setta millenaria sconosciuta persino al Vaticano, che da secoli cela e custodisce proprio nei sotterranei della chiesa un cilindro contenente una sostanza di colore verde. Preoccupato da tale presenza il prete decide di contattare il professore di fisica Howard Birack (Victor Wong) per saperne di più sul contenuto, il quale chiama in aiuto dei suoi giovani laureandi, tra i quali Brian (Jameson Parker), Catherine (Lisa Blount) e Walker (Dennis Dun). Al loro fianco si uniscono anche dei microbiologi e Lisa (Ann Yen), studiosa di lingue antiche, il cui compito sarà tradurre dal copto e dal latino il manoscritto che racconta la vera storia dietro tale scoperta.

Così come accadeva ne La Cosa, anche ne Il Signore del Male Carpenter decide di mettere il destino del mondo, ormai in procinto di affrontare un’imminente Apocalisse, nelle mani di un ristretto manipolo di persone rinchiuse in un ambiente circoscritto (in questo caso la Chiesa di Saint Godard’s), ricreando così un piccolo microcosmo simbolo dell’umanità intera. Se nel film tratto dal racconto di John W. Campbell, questo era descritto in maniera assolutamente egoistica e paranoica, incapace di collaborare e prodigarsi verso il bene comune, in questo caso la sua visione degli uomini è leggermente più positiva. I giovani studenti e il professor Birack, nonostante alcune comprensibili paure, una volta scoperta la natura e l’essenza del liquido maligno all’interno del cilindro, non si disgregano e non si lasciano andare in assolutismi egoistici ma anzi sarà proprio una di loro, Catherine, a sacrificarsi (inutilmente?!) per la causa comune. L’orrore però anche questa volta non è tanto quello visibile o perlomeno non è principalmente quello che nella seconda metà dell’opera fa virare il film verso un più tradizionale body horror ma è generato prevalentemente dalla disgregazione delle nostre certezze istituzionali, religiose e scientifiche e dalla paura che da questa deriva.

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L’attacco alla religione e alle sue istituzioni è frontale e deciso. La Chiesa viene descritta infatti come una setta che da anni ha mantenuto oscuri segreti, portatrice di menzogna, incapace di comunicare in maniera limpida e diretta coi propri fedeli che sono stati ingannati con bugie e illusioni. Ne Il Signore del Male il cineasta identifica Cristo come un alieno e il liquido verde antimaterico come L’Anticristo, il figlio del male assoluto che da secoli tenta di riportare sulla terra il padre, in grado di controllare corpi e di scegliere uno di essi, in questo caso Kelly (Susan Blanchard), un'altra studentessa, come veicolo per farlo. Ancora una volta la nostra realtà e le nostre credenze vengono messe sotto attacco dal regista, capace di affermare, attraverso soprattutto le parole del Professor Birack, personaggio che più di tutti si fa “portatore” delle idee dell’autore, come «anche se esiste un ordine nell’universo, non è affatto quello che noi avevamo in mente». È sempre lui a supporre e a teorizzare come la presenza di una mente universale che controlla ogni cosa, ogni particella subatomica, non garantisce che questa sia in realtà buona e che porti la luce come abbiamo sempre creduto, in quanto ogni particella ha una sua controparte, un suo negativo riflesso, un'antiparticella. E se fossimo dal lato sbagliato dello specchio? È attraverso la metafora dello specchio appunto, che nel finale verrà usato come portale per il ritorno dell’Anti-Dio, che Carpenter costruisce questo senso di indeterminatezza e ricaccia l’intera credenza nel buio più assoluto. Siamo nuovamente di fronte ad echi lovecraftiani, un’ispirazione costante nella filmografia del regista. In particolare similare risulta l’incipit de Il Richiamo di Cthulhu in cui lo scrittore di Providence descrive l’uomo in preda a due scelte: o accettare la nostra posizione di fronte alla rivelazione della vera realtà e rinascere in un Nuovo Medioevo o soccombere nella pazzia.

Se ne La Cosa l’Apocalisse descritta dal regista era imminente ma non vi era certezza della sua rivelazione, in questo caso del suo avvenuto accadimento abbiamo le testimonianze future, introdotte dal cineasta tramite un sogno fatto da tutti i presenti nelle vicinanze della Chiesa di Saint Godard’s, ai quali si lancia un messaggio dal 1999 (ricordiamo che il film è ambientato nel 1987) invitando chi lo fa a reagire e a fermare questo tragico evento. Il sacrificio conclusivo di Catherine, gettatasi nel portale/specchio per evitare che il Male ritorni definitivamente sulla terra, sembrerebbe rendere meno amara e cupa la visione carpenteriana del film. In realtà è proprio quando l’epilogo definitivo della storia sembra ormai giunto che il regista fa virare nuovamente l’opera verso un nichilismo e un pessimismo caratteristico dell’intera trilogia; e lo fa utilizzando ancora una volta il tramite del sogno, in cui Brian vede la sua amata nei panni dell’Anticristo. Svegliatosi da questo in prenda al panico, il laureando si avvicina allo specchio del bagno per verificare se il portale è ancora aperto, e appena sta per toccarlo il film si conclude ricacciandoci nell’incertezza più assoluta.

Carpenter, così come ne La Cosa, lascia un ampio margine di giudizio allo spettatore che può da solo valutare se ciò che è stato mostrato e implicitamente sottointeso dalle critiche e dalle tematiche affrontate possa corrispondere ad una parvenza di realtà e aiutare il fruitore a giudicare il mondo in cui sta vivendo. È proprio questo senso di dubbio che trasmette in noi la voglia di non dare tutto per scontato che rende vera arte un film e lo avvicina al capolavoro. In questo senso possiamo parlare de Il Signore del Male come tale, forse tecnicamente inferiore, anche per via del budget minore, alle altre due opere che compongono il trittico del regista ma assolutamente potentissimo nel lanciare il suo messaggio.

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Il Signore del Male rimane ancora oggi comunque uno dei migliori film del regista, capace di riscuotere anche ottimi incassi al botteghino, rilanciando così in parte la carriera del cineasta incappato con i suoi film precedenti in alcuni flop puramente a livello commerciale, senza comunque mai perdere la propria originalità e la propria idea poetica. Oltre che essere sceneggiatore e regista, Carpenter compone le musiche del lungometraggio in maniera perfetta, in grado di trasmettere la giusta atmosfera a seconda del momento dell’intreccio in cui ci troviamo e assumendo in determinate sequenze quasi la voce del maligno. Importanti anche i riferimenti ad altri grandi classici del cinema horror tra i quali: Shining, nella scena in cui Lisa scrive incessantemente ormai completamente soggiogata dal figlio del Male, rimando a evidente al Jack Torrance di Kubrick; Rosemary’s Baby di Polanski nella gravidanza maligna di Kelly; e anche a Romero nel vagare ormai privo di alcun elemento umano dei senzatetto di Los Angeles tra i quali spicca il cameo di un perfetto Alice Cooper. È lo stesso Carpenter comunque a tracciare un ulteriore filo che lega i suoi film, nella figura di Padre Loomis, in riferimento a quel Dr. Loomis interpretato dallo stesso Donald Pleasance in Halloween – La Notte delle Streghe. I legami comunque non finiscono qui se si considera anche la presenza di Victor Wong e di Dennis Dun, entrambi interpreti fondamentali nel precedente film del regista: Grosso Guaio a Chinatown.

Il viaggio di Carpenter nei meandri della mente umana, all’interno dei più oscuri incubi dell’uomo volto a scandagliarne ogni singolo aspetto per poi donarci la sua appassionata visione della realtà non finisce comunque qui ma anzi continua e muove i suoi passi verso nuove e inesplorate aree probabilmente mai affrontate in maniera così metodica e lucida come nel successivo film della Trilogia dell’Apocalisse: Il Seme della Follia. Ma questa è un’altra storia…

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