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Tre lungometraggi, probabilmente tre capolavori, un solo regista: John Carpenter. Stiamo parlando della rinomata trilogia dell’Apocalisse del celeberrimo cineasta americano che comprende La Cosa (1982), Il Signore del Male (1987) e Il seme della follia (1994). Tre opere in cui l’autore affronta lo stesso tema apocalittico da altrettante prospettive differenti, in cui a rivelarsi è la vera natura dell’uomo, spogliato di qualsivoglia struttura sociale, capace di mostrarsi per ciò che è. Un viaggio filmico attraverso il quale ci vengono palesati prima in maniera più concreta, poi in maniera scientifico/spirituale e infine metacinematografica gli attimi che precedono il tracollo della cultura, del progresso e del benessere dell’essere umano che si ritrova a fare i conti con i propri incubi e le proprie incertezze.

Tre film realizzati in tre momenti diversi della propria carriera e che comprendono un arco di ben dodici anni tra il primo e l’ultimo. Echi lovecraftiani, fisica dei quanti, relatività sono tutti assiomi con cui il regista ci pone di fronte a delle domande esistenziali dalle quali non possiamo uscirne, dalle quali non possiamo scappare e che in qualche modo ci rendono meno certi della nostra realtà per come la conosciamo.

1982. Nelle sale cinematografiche di tutto il mondo spopola la storia di un extraterrestre dall’immagine compassionevole e rassicurante, figura traslata direttamente dai ricordi più intimi del suo regista, Steven Spielberg, che in un periodo di solitudine durante il divorzio dei propri genitori riversò le proprie speranze e le proprie illusioni in un amico immaginario dalle sembianze aliene. Stiamo parlando del successo planetario di E.T. l’extraterrestre, un film in grado di cambiare per sempre gli stilemi del genere di fantascienza e di segnare indelebilmente la storia del cinema. Nello stesso anno un altro grandissimo cineasta decide di dirigere uno dei suoi lungometraggi più ambiziosi portando sugli schermi una creatura diametralmente opposta e una storia che, più che generare tenerezza e affetto pur non priva di spirito critico nei confronti di una società che sempre più esula il diverso, si insidia decisamente nei più tormentati angoli dell’animo umano. L’insuccesso è purtroppo immediato e le critiche non risparmiano durissimi attacchi al film. L’opera cinematografica in questione è La Cosa di John Carpenter.

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In realtà, come già accennato in precedenza, la pellicola di Carpenter è a oggi considerata con merito un capolavoro dai più e ha subito una notevole rivalutazione nel corso del tempo, destino simile a quello di un'altra opera di fantascienza dello stesso anno: Blade Runner di Ridley Scott. La storia narrata nel film di Carpenter è un adattamento di quella descritta nel racconto di fantascienza Who Goes There? di John Wood Campbell Jr. pubblicata per la prima volta nel 1938 sulla rivista Astounding Science –Fiction e già portata sugli schermi, altamente rivisitata, dalla coppia Christian Niby/Howard Hawks nel 1951 con il titolo La Cosa da un altro mondo. Non sorprende che Carpenter abbia voluto fortemente dirigere tale opera vista la sua riconosciuta passione e stima verso il mondo fantascientifico e le storie di tale periodo con cui è praticamente cresciuto, macinando racconti e film in età giovanile; fornendo addirittura un omaggio al lungometraggio di Niby/Hawks all’interno di Halloween - La notte delle streghe (1978) in cui i ragazzini, Tommy e Lindsey, curati dalla babysitter Laurie (Jamie Lee Curtis) guardano proprio tale film. Inoltre la venerazione del regista verso Howard Hawks è anch’essa più volte stata rimarcata da lui stesso e dai vari studiosi e critici che ne hanno analizzato approfonditamente le opere.

Carpenter, vinta la concorrenza di altri grandi registi presi in considerazione per la direzione de La Cosa, tra i quali Tobe Hooper, si mette al lavoro a tavolino con lo sceneggiatore Bill Lancaster, figlio del celeberrimo Burt, e insieme iniziano a dare forma al film, decisamente più fedele al racconto originario di Campbell rispetto a quanto succedeva in quello del 1951. La storia, ormai famosa, tratta le vicende che coinvolgono i dodici membri della base scientifica U.S. Outpost #31, che da nucleo apparentemente unito e solidale viene portato alla disgregazione più totale una volta scoperta la natura aliena e camaleontica di un cane husky giunto in modo anomalo al loro campo, inseguito e cacciato da sconosciuti norvegesi a bordo di un elicottero. Se l’opera riprende sicuramente caratteristiche tipiche della poetica del proprio autore viste nei suoi precedenti lungometraggi, essa è anche considerata e rimarcata dallo stesso come capostipite di quella che viene da lui definita rilogia dell’Apocalisse. Effettivamente tutti i tre film sopra indicati trattano in modo del tutto singolare, unico e originale il tema apocalittico. Ne La Cosa, eseguendo non a caso delle analisi al computer sulla mutazione dell’essere con cui sono venuti a contatto lui e i suoi compagni, il Dr. Blair (Wilford Brimley) stima che l’umanità sarà decimata se la figura aliena dovesse sopravvivere e spostarsi in luoghi ben più popolati dell’Antartide. Questa è solamente la superficie del tema trattato con maggior profondità e acume nel film.

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Le sembianze mutevoli dell’extraterrestre, capace di assumere l’aspetto di chiunque con cui entra in contatto porta ogni membro della base a dubitare del prossimo. Il microcosmo creatosi nell’estremo sud del globo si scioglie, è il caso di dire, come neve al sole e ognuno è incapace di indirizzare una sola volta il gruppo in una collaborazione comune nel combattere il male che stanno affrontando. Alienazione e senso di paranoia pervadono ogni singolo elemento della spedizione e nessuno sa più di chi fidarsi. È questo in realtà il ritratto più orrorifico che trasmette Carpenter; una visione di un’America ma più in generale di un mondo totalmente disgregato di fronte alle difficoltà collettive. Se in Niby/Hawks questo aspetto era affrontato in maniera diametralmente opposta, Carpenter non lascia spazio a nessun tipo di ottimismo e il finale geniale del film ritrae in maniera perfetta e purtroppo anche lungimirante una situazione che ancora ai giorni nostri stiamo vivendo: due uomini, uno bianco e uno nero e incapaci di fidarsi l’uno dell’altro in mezzo al nulla più totale. Ne La Cosa il cineasta ricrea gli effetti del suo cinema claustrofobico e labirintico portandolo alla sua capacità più estrema; se già in Distretto 13 – Le brigate della morte (1976) e in Fog (1980) il regista aveva deciso di “rinchiudere” un gruppo di personaggi all’interno di un ambiente circoscritto come una caserma di polizia dismessa o una chiesa coloniale, qui siamo di fronte alla solitudine dell’ambiente esterno ma soprattutto della base scientifica stessa, in cui i protagonisti sono ancora una volta impossibilitati a fuggire sia fisicamente che metaforicamente, isolati, ansiosi e attaccati dalle proprie paure, accerchiati e inseguiti da una macchina da presa che, grazie a carrellate perfette lungo stretti corridoi, non dà né a loro né allo spettatore nessuna via di scampo.

È innegabile inoltre, così come lo sarà ancor più in maniera evidente nei film successivi, l’influenza delle letture lovecraftiane sull’ideazione e la messa in scena dell’opera, tra le quali va sicuramente citata Le Montagne della follia del 1936 anch’essa ambientata al Polo Sud. L’uomo infatti viene visto come un piccolo strumento, una pedina impotente e insicura di fronte a forze di altre dimensioni che assumono i tratti di una realtà terrificante, fredda e terribile, governata da leggi oscure e inaccessibili. È lo stesso Carpenter più volte ad affermare che uno delle sue maggiori preoccupazioni durante la realizzazione della pellicola è stata quella di ricreare in maniera credibile e raccapricciante le varie mutevoli forme dell’alieno in modo da poter trasmettere al fruitore tale senso di inquietudine. Parte del merito va comunque condiviso sicuramente con le creazioni ancora oggi all’avanguardia dell’effettista Rob Bottin, che suscitarono parecchio clamore all’uscita del film tanto da far sobbalzare e inveire la critica incapace all’epoca di vedere la portata rivoluzionaria delle stesse, definite al tempo troppo estreme e quasi pornografiche vista la loro cruda efficacia. Forse l’utilizzo del corpo e della sua scomposizione risulta meno filosofico rispetto a quello che sempre in quegli anni caratterizza un altro grande regista che ne fa del suo utilizzo un soggetto predominante nelle proprie opere come David Cronenberg, basti pensare a film come Scanners (1981) o a Videodrome (1983), ma fa emergere ugualmente un altro tratto caro alla poetica carpenteriana che riguarda la relatività della realtà, su cui si concentreranno maggiormente i successivi lungometraggi della trilogia.

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La diffidenza verso l’apparenza dell’altro, con cui sono a contatto MacReady, interpretato da uno degli attori feticcio di John Carpenter, Kurt Russell, e soci, porta i protagonisti a dubitare di ciò che vedono e a non capire più in maniera chiara e tangibile chi sia davvero cosa all’interno del canovaccio. Il tutto viene orchestrato magistralmente dalle musiche, purtroppo in questo caso anch’esse sottovalutate, del Maestro Ennio Morricone che, seppur riprendendo e domando il proprio stile artistico verso un orizzonte più simile a quello del cineasta, riesce in egual modo a renderle incisive e potenti, in grado da fare da perfetto contrappunto alle immagini. Non è un caso infatti che alcuni b-sides e idee rimaste allo stato embrionale abbiano portato il compositore a vincere un Oscar come miglior colonna sonora per le musiche di The Hateful Eight (2015) di Quentin Tarantino che a La Cosa di Carpenter deve sicuramente molto.

In conclusione possiamo affermare come il regista, con questa sua opera, realizzi uno dei suoi migliori film se non addirittura il migliore, in cui, come già accennato in precedenza, affronta per la prima volta in maniera evidente e concreta il tema apocalittico, di rivelazione, supponendo come l’uomo possa non essere solo in questo universo, colpito e affrontato da un essere parassitario e duplicante capace da solo di portare alla luce l’indeterminatezza, i dubbi e le insicurezze dell’ essere umano che disunito difficilmente può affrontare i propri demoni. Sicuramente la visione di Carpenter e il finale aperto, crudo e per certi tratti violento, che lascia un certo margine di immaginazione nello spettatore, non può che essere pessimista di fronte a tali temi. Questo pessimismo di fondo è un tratto comune all’intera trilogia e in generale al cinema carpenteriano, incapace di donare nuove possibilità di redenzione al genere umano anche se alcuni tratti di luce sembrano mostrarsi in parte nel secondo capitolo del suo trittico: Il signore del male.

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