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Ben Affleck, chi? Nel 2003, in anni in cui i film di supereroi erano pochissimi, la Marvel tenta di portare sul grande schermo la storia di un outsider di Hell’s Kitchen, uno dei suoi personaggi più cupi, introversi e misteriosi: Daredevil. La scelta del protagonista cade però sull’uomo sbagliato, anche se l’accanimento verso Ben Affleck sa di capro espiatorio, perché ben altri erano i veri difetti della pellicola, a cominciare da un tono generale tutt’altro che dark, proseguendo con sequenze dalla dubbia qualità estetica e una colonna sonora per la maggior parte da action movie di seconda categoria (eccezion fatta per gli esordienti Evanescence).

Ora, a dodici anni di distanza, la redenzione: Netflix lancia Daredevil con una serie di 13 episodi, caricati in blocco sulla piattaforma lo scorso 10 aprile, sperando di riuscire a rendere giustizia all’uomo senza paura. Neanche il più roseo ottimismo poteva pensare a un risultato di questo livello, tanto che sin dal pregevole pilot si comprende che ci troviamo di fronte a un prodotto rivolto principalmente agli amanti dei supereroi, ma fruibile anche dai non appassionati.


daredevil-serie-2Se è vero che in 13 ore – ogni episodio varia dai 45 ai 55 minuti – si riescono a dire molte cose, è altrettanto vero che se non si è in grado di farlo il risultato è la noia, come non sta in piedi la critica secondo cui con le tecnologie odierne sia tutto più semplice rispetto al 2003: per dar vita a un piano sequenza – fiore all’occhiello del secondo episodio – o a un cambio di focale nelle soggettive di Murdock – la fotografia è uno dei punti di maggior forza dell’intera serie – invece di un ridicolo sonar, non sono necessari grandi mezzi. Ma grande talento. Un esempio? I titoli di testa: sangue che cola dall’alto, rossastro, formando le sagome della giusitizi bendata, di New York, di Hell’s Kitchen, e infine della maschera di Devil. Semplice, pulito, efficace.

Daredevil ricorda l’operazione compiuta da Christopher Nolan con Batman Begins, quando decise di raccogliere i cocci abbandonati da Joel Schumacher e rimettere in piedi il Cavaliere Oscuro. Con Daredevil è accaduta la stessa cosa, donando al tutto un’atmosfera thriller/noir di gran lunga più intrigante, lasciando da parte le storie d’amore, scegliendo Charlie Cox come protagonista: carismatico, credibile nei panni dell’avvocato cieco che di notte esce in tuta e maschera nera per far trionfare il bene, dove il fine giustifica i mezzi, dove la sequenza finale del primo episodio è simbolica: per un pugno al sacco, si alternano le ingiustizie di Hell’s Kitchen.daredevil-serie-6

Probabilmente la serie tv è più adatta ad un personaggio così complesso, e i suoi ricordi sono centellinati episodio dopo episodio, e non racchiusi in pochi minuti come accade nella pellicola per esigenze di distribuzione: anche in questo caso, però, la differenza la fanno lo stile e i contenuti presentati, che appaiono ora molto più intimi ed efficaci, rispetto ad un bimbo che svolazza sui tetti della città, dimenticando che Devil ha sviluppati i sensi, ma non per questo diventa Spiderman. Esemplare, a riguardo, è il settimo episodio, in cui appare Stick, l’uomo che ha allenato Matt: efficaci i dialoghi e coinvolgenti le sequenze dell’addestramento, che contribuiscono al crescendo della serie, episodio dopo episodio.

Karen Page:“Well I don’t... I don’t have any money”

Foggy Nelson:“Well, it was lovely to meet you, Miss Page.”

daredevil-serie-4Non può ovviamente mancare Foggy Nelson, interpretato da Elden Henson, nel ruolo che fu di Jon Favreau nella pellicola del 2003. Lo spirito nei primi episodi appare simile: avvocato, collega e grande amico di Matt Murdock, ma non animato dalla stessa tempra morale, quanto anche da un desiderio di arricchirsi, aspetto che a Murdock sembra non interessare. I produttori hanno però lo spazio per trasformare questa “simpatica spalla” in un personaggio sfaccettato e a tutto tondo, amico vero e sincero, coraggioso, raccontando anche le origini del rapporto forte che lega i due. Nelson vs Murdock, episodio 10, parla proprio di questo e della difficoltà di accettare la scelta di vita di Matt da parte del suo amico di sempre.

Matt: “When I was a kid, used to think it was God’s will.”

Padre Lanton: “Use to?”

Matt: “Yeah, he made each and every one of us with a purpose, didn’t he? A reason for being.”

Padre Lanton: “I believe so, yes”.

Matt: “Then why did he put the Devil in me? Why do I feel it in my heart.. and my soul... clawing to be let out... if that’s not all part of God’s plan?”

daredevil-serie-3Una serie in cui Dio è presente, sempre, in molteplici forme: invocato, imprecato, spiegato e raccontato, lungo le vicende di quello che, non per nulla, è considerato uno dei personaggi più religiosi del mondo dei fumetti Marvel, come ha anche dichiarato Steven S. DeKnight, produttore della serie. Ma se nel film i dialoghi con il sacerdote, benché efficaci, erano limitati a poche occasioni nel confessionale, in questo caso padre Lanton è una presenza discreta e continua, che ascolta e accompagna Matt Murdock lungo la sua strada, consigliandolo e comprendendolo. La forte religiosità è espressa anche dallo stesso Wilson Fisk, che, catturato dalla polizia cita un passo della Bibbia, in una sequenza simbolica a montaggio alternato, tra le più belle dell’intera serie. Non vanno dimenticate, inoltre, i diversi momenti vissuti al funerale di cari, in chiesa, oltre all’intera lotta morale che contraddistingue Murdock. daredevil-serie-5  

Ma non si può non parlare del fantastico Vincent D’Onofrio come Wilson “Kingpin” Fisk, parte che nel 2003 fu di Michael Clark Duncan, comunque apprezzabile. Come per Matt Murdock, anche su Wilson Fisk viene fatto un ottimo lavoro, scavando nel suo passato, rievocando i suoi fantasmi nel circolare episodio 8, Shadow in the Glass, che approfondisce e regala allo spettatore la personalità del villain: non solo crudele e senza pietà, ma anche sensibile, torturato dal suo terribile segreto passato, che lo rende umano. Per questo si potrebbe parlare di Daredevil come una serie di supereroi che parla di umani, con le debolezze e le paure di ognuno di noi, declinate simbolicamente nella lotta quotidiana della giustizia contro la corruzione, del bene e del male, della luce e dell’oscurità, che convivono nel protagonista, cieco come la giustizia, ma portatore di luce e speranza.

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