pulp2

Pulp /’pəlp/ n.1. A soft, moist, shapeless mass of  matter.

2. A magazine or book containing lurid subject matter

and being characteristically printed on rough,

unfinished paper.

American Heritage Dictionary

New College Edition

 

Da quest’introduzione già lo si poteva intuire, e molto probabilmente il genio di Tarantino sapeva benissimo a cosa andava incontro quando ha scritto questo capolavoro: Pulp Fiction era e rimane tutt’oggi, a 20 anni di distanza, un vero e proprio manifesto del postmoderno cinematografico, di cui il regista di Knoxville è forse il primo esponente, senza dubbio il maggiore: troppo studiato in tutti i suoi dettagli per essere frutto del caso, troppo preciso nelle citazioni e nella struttura per non rendersi conto di trovarsi al cospetto di una mente consapevole di ogni singolo movimento dei suoi ingranaggi. L’enormità di Pulp Fiction, però, risiede nella sua semplicità. Non è tanto il cosa (situazioni già viste), ma il come a fare la differenza, in cui a tratti sembra che la trama sia funzionale alle immagini, perché è quello il nocciolo cui Tarantino tenta di arrivare: l’immagine, l’icona, il simbolo.

«In televisione, il modo per scegliere una serie è che fanno un episodio, l'episodio chiamato "pilota". Poi mostrano quell'episodio a gente che sceglie gli episodi e sul valore di quell'episodio decidono se vogliono fare altri episodi. Alcun vengono scelti e diventano programmi televisivi e invece altri no, e diventano niente. Lei era in uno di quelli che è diventato niente». (Jules a Vincent, Pulp Fiction, Quentin Tarantino, 1994)

 

 

È dunque inutile soffermarsi sulla trama, visto che la fabula in questione riguarda una rapina in una caffetteria, un pugile (Bruce Willis) che non rispetta i patti con il suo boss, il gangster (John Travolta) che esce con la moglie (Uma Thurman) del suo capo e deve resistere all’attrazione, i gangster che regolano i conti in sospeso per il loro mandante. Situazioni già viste, ma il vero colpo di genio è come Tarantino sia riuscito ad amalgamarle, in uno stile che raggiungerà l’apoteosi con Kill Bill, ossia un montaggio in ordine sparso degli eventi, in una pellicola circolare che al termine riporta al principio, ma che solo al momento dei titoli di coda permette di ricostruire tutto l’accaduto. Inoltre, il dialogo tra i due gangster (favolosi Samuel L. Jackson e John Travolta) riguardo alla maionese, al massaggio ai piedi e alle serie tv, oltre ad essere ovviamente un modo per portare sul grande schermo la commistione di generi e di registri, è una chiara ripresa dello stile che già aveva caratterizzato l’opera d’esordio di Tarantino, Reservoir Dogs, dove i malviventi alla tavola calda parlavano di Madonna e delle mance, come a dire “parlano anche di cose di tutti i giorni, come noi”. Unito alla fluidità e all’unicità di Tarantino nella scrittura – non per nulla ha vinto il premio Oscar alla miglior sceneggiatura originale – è interessante notare come probabilmente il regista già avesse in mente un progetto futuro, dato che l’episodio pilota in questione tratta di un gruppo di serial killer donne, in cui Uma Thurman è la migliore, specializzata nell’utilizzo dei coltelli e delle lame. Non è questo l’unico aggancio autoreferenziale del regista, infatti, oltre alle immancabili sigarette Red Apple, marchio divenuto di culto tra i tarantiniani, e al mexican standoff – omaggio a Sergio Leone che torna in quasi tutti i suoi film – c’è anche una curiosità riguardante Vincent Vega (John Travolta) e il personaggio interpretato da Michael Madsen in Le Iene: Vic Vega, suo fratello, a quanto ha dichiarato lo stesso Tarantino. Se a tutto questo aggiungiamo che nella scena di ballo, vedendo il re della Febbre del sabato sera, ci si aspetterebbe delle acrobazie incredibili, capiamo come per Tarantino questo sia tutto un gioco, cui noi ci divertiamo in primis, con lui.

pulp1«Siamo contenti Vincent?» (Jules a Vincent, Pulp Fiction, Quentin Tarantino, 1994)

Cosa c’era dentro quella valigetta? È dal 1994 che ce lo domandiamo e forse resta uno dei McGuffin meglio riusciti di tutta la storia del cinema, tra le ipotesi circola addirittura la teoria per cui ci sia l’anima di Marcellus Wallace. Misteri irrisolti. Ciò che è certo è che Tarantino ha condotto un cast stellare, in cui, oltre ai citati Travolta, Jackson, Thurman e Willis ci sono anche Tim Roth e un meraviglioso Harvey Keitel che risolve problemi, oltre ad un cameo dello stesso Tarantino, in una delle sequenze più divertenti del film. Quello che non ci è dato di sapere è se QT si aspettasse che la sua opera avrebbe rivoluzionato il cinema da quel momento in poi, ma, di fatto, è ciò che è accaduto: la Palma d’Oro ricevuta a Cannes nel 1994 ne è una prova, e solo la concorrenza di Forrest Gump impedì di vincere diverse statuette. Ma a Tarantino, si sa, non interesano i premi, a lui importa il “suo” pubblico, quello che, anche dopo 20 anni, continua a guardare Pulp Fiction con nostalgica ammirazione e meraviglia.

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