A colui che cerca l’impossibile, è giusto che sia negato anche il possibile

 

Miguel de Cervantes

 

 

Due uomini camminano fianco a fianco per le strade di un paesaggio desolato. Uno è alto e prestante, indossa i panni dell'eroe senza macchia e paura e ha un incedere sicuro, petto in fuori e pancia in dentro, passo scanzonato e sorriso a trentadue splendidi denti. L'altro è piccolo e sporco, pavido e sospettoso come chi non si fida di se stesso, prima che degli altri, e traballa sghembo sulle sue gambe storpie.

Sono in cerca di avventure fantastiche, di ricchezze immaginate, di un riscatto edenico e definitivo, di un luogo dove dare finalmente forma ai propri sogni. Il primo uomo, quello alto, vagheggia di un amore perduto, di una donna angelicata e demoniaca a un tempo, i cui sussurri appassionati permeano i suoi ricordi sfocati e riscritti come una ragnatela d'argento.

Una classica coppia humpsy bumpsy, contrapposti prima di tutto fisicamente e poi, impareremo, nel temperamento e nell'atteggiamento verso la vita. Don Quijote e Sancho Panza. Oppure John Buck (Jon Voight) ed Enrico Salvatore Rizzo (Dustin Hoffman), detto "Sozzo", in Un uomo da marciapiede di John Schlesinger (1968).

Le differenze sono sottili: poco importa che alla desolazione desertica della Mancha assolata si sostituisca la solitudine assoluta ed ermetica della Grande Mela quasi al culmine della propria marcescenza (che ora, a furia di riqualificazioni e operazioni di pulizia di dubbia moralità, sembra lontana. Ma che tra i Sessanta e i Novanta l'aveva resa una delle città meno ospitali e più pericolose d'America).


 

 

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La storia in fondo è la stessa: un sognatore obnubilato, traviato dalle proprie fantasticherie prova a travestirsi da eroe e si mette in cammino, pronto a gettarsi in un flusso di eventi che immagina meravigliosi ma finiranno per essere tragici, raccogliendo per strada un fragile e bisognoso compagno di avventure.

Se il Quijote di Cervantes, uomo del Seicento, viene travolto dall'epica cavalleresca, attraverso la quale cerca disperatamente di fuggire dalla propria stantia e oziosa mediocrità, il texano degli anni Sessanta non si rassegna a lavare i piatti in uno squallido buco di provincia e si innamora dell'epica a lui contemporanea, il cinema Western.

L'uno indossa elmo e corazza e parte a bordo di un destriero, l'altro i panni estemporanei del cowboy imitando il suo mito John Wayne.

Ma in entrambi i casi è un mondo agonizzante in cui si rifugiano i nostri wannabe heroes: Quijote non trova nemici da combattere, perché il tempo dei giganti e delle guerre é ormai finito e solo pecore e contadini, con la loro terribile, spaventevole normalità, popolano le sue peregrinazioni. John Buck non si accorge che il Western è passato di moda, che i cartelloni dei cinema che annunciano film con Wayne cadono a pezzi, che il suo poster di Paul Newman in Furia selvaggia è stracciato, che Gary Cooper è morto. E soprattutto che nella percezione popolare americana, John Wayne non è più l'eroe nazionale emblema della sana virilità delle praterie ma un triste attore in decadenza sospettato di omosessualità (anche se sarà proprio John Wayne nel 1969 a soffiare l'Oscar per miglior attore protagonista a Jon Voight grazie al suo ruolo di rude cowboy ne Il grinta).

Quijote vuole diventare un cavaliere valoroso, conquistare regni, ricchezze e l'amore di Dulcinea del Toboso, che crede essere una dama di nobili origini. Buck vuole condurre una vita agiata e lussuosa a New York, seducendo donne facoltose per denaro e sogna il suo primo amore, Anna, che gli sussurrava ossessivamente "sei l'unico, il migliore" durante i loro incontri appassionati. Ma Dulcinea nel mondo reale non è che un'umile contadina, dal più prosaico nome di Aldonza Lorenzo, mentre Anna è mentalmente disturbata e mette un brusco freno alla relazione con John accusandolo di averla stuprata.

Sia Quijote che John non possono evitare di sognare ad occhi aperti, riscrivendo a loro piacimento la vita, quella passata e quella futura, sfuggendo con la testa sotto la sabbia a un presente che non li soddisfa.

Entrambi si avviano baldanzosi incontro al loro destino, o al simulacro edulcorato dello stesso, seguiti a breve distanza dai loro aiutanti, malfermi sulle gambe, bruttarelli, trascinati quasi loro malgrado in un flusso di eventi e disperatamente bisognosi di credere alle fanfaluche dei loro compagni di viaggio.

Sancho Panza è un contadino, un sottoposto impotente e rassegnato a un'esistenza misera e incolore. L'illusione di guadagnarsi un intero regno come ricompensa del proprio lavoro di scudiero per il folle Quijote è l'unica cosa che lo strappa dalle terre ingrate che si trova a lavorare con fatica. La sua sagoma è pesante, goffa, la sua cavalcatura è un grottesco asinello: è pietoso, ammantato della comicità triste e affamata dello Zanni.

Enrico Rizzo è povero in canna, sciancato, emarginato da un mondo crudelmente sigillato in comparti sociali a tenuta stagna. Mentre tira a campare tra espedienti e piccoli furti sogna di costruirsi una vita meravigliosa nell'assolata Florida, che immagina come un paradiso terrestre fatto di spiagge, completi immacolati e belle donne. Per sopravvivere i nostri scudieri non hanno altra scelta, se non illudersi che un giorno la loro vita cambierà, grazie all'aiuto dei propri compari cui si legano morbosamente perché in fondo sanno sognare in maniera più grandiosa e assoluta di loro.

Sia per Sancho che per Rizzo vi è il miraggio di una terra promessa, di un regno incantato dove costruirsi una nuova identità, dove abbandonare per sempre i propri gualciti panni di eterni perdenti e dove rinascere vincitori: che sia un'isola o la Florida, è la risposta alla ricerca di un'utopia nel senso più classico ed edenico che anima i due scudieri.

Ma se Sancho Panza, oltre che stordito dalla fame, è anche annebbiato dalla propria ignoranza e viene riscattato in qualche modo da Quijote che gli insegna a scrivere strappandolo all'analfabetismo, Rizzo, che pure, essendo un misero figlio di lustrascarpe, non ha certamente beneficiato di un'istruzione accademica, è stato addestrato alla scuola della vita. Di tanto in tanto perciò prova ad aprire gli occhi ingenui e puri del suo compare campagnolo, spiegandogli come tirare a campare nella giungla d'asfalto newyorkese.

Vi è però uno scollamento tra le vicende dei due gregari, dal momento in cui Sancho prende coscienza della malattia che affligge Quijote e decide di assecondarlo comunque, mentre Rizzo, pur di fronte all'innegabile evidenza della sconfitta, insiste nell'inseguire il suo sogno, convincendo John ad accompagnarlo in Florida proprio quando questi sembra aver trovato un buon giro di affari. Allo stesso modo, Sancho deciderà di rinunciare a governare un'isola che gli viene realmente offerta in dono per restare accanto al compare, ormai preda di un vero e proprio delirio, alla ricerca di sempre più improbabili avventure. Anche in questo senso il contatto tra le due opere è forte: la lealtà amicale incorruttibile e indistruttibile, il rapporto umanissimo che si consolida attraverso la miseria umana e che rende, evangelicamente, gli ultimi capaci di diventare i primi, uniti e indivisibili più che mai nella cattiva sorte.

La fine del sogno, il ritorno alla realtà non filtrata da favoleggiamenti cavallereschi e perciò insopportabile, si fa, in entrambi i casi, pura tragedia.

Buck, sulla strada per la Florida accanto all'amico agonizzante, decide di liberarsi dei suoi patetici abiti da cowboy nella maniera più brusca e definitiva possibile: li getta in un cassonetto, rassegnandosi alle camiciole multicolori, divisa dei villeggianti di South Beach e dintorni, e abbandonando con un gesto la sua illusione western. Quijote rinsavisce sul letto di morte, pentendosi dei propri peccati e rinunciando, altrettanto bruscamente, ai suoi  blasoni immaginari.

Sancho si accomiata dai lettori piangendo e seppellendo il compagno di sventure e tornando, si suppone, a vestire i panni del paria. Mentre Rizzo si addormenta placidamente sul Greyhound che avrebbe dovuto condurlo incontro al sogno per non risvegliarsi mai più, arrivando quasi a sfiorare la libertà con le dita ma senza riuscire ad afferrarla.

Se Cervantes ci pone davanti alla fine dei giochi e delle illusioni in modo triste e  rinunciatario, consegnando Quijote nelle mani divine dopo averlo sapientemente ravveduto in un last minute rescue degno di Griffith però, Schlesinger, nell'accostare la porta che affaccia sull'utopia, lascia aperto un sottile spiraglio. Sul volto di Buck, che si trova a terminare la corsa accanto all'amico morto perché il progresso non ha tempo di onorare i defunti come usava nel Seicento, si riflettono le luci fatue del paradiso tropicale, illuminando con i loro fasci multicolori quella che non è un'espressione di scoramento o rassegnazione, ma un debole sorriso dove si affaccia timida la speranza. Non è dato sapere cosa spera, l'ex-cowboy da marciapiede: forse desidera una vita tranquilla all'insegna della normalità, cosa che avvicinerebbe il suo epilogo a quello dell'hidalgo spagnolo. Forse invece sono sogni di grandezza che animano il suo arrivo in Florida, di riscatto per sé e per l'amico, per arrivare finalmente ad abbracciare quell'illusione di abbandono dell'anonimato tanto ansiosamente inseguita.

Non è detto che John Buck, dal Texas alla Florida, passando per New York, abbia smesso di combattere i mulini a vento.



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