BlancanievesNegli anni avventurosi, eccitanti, della Residencia (studentato madrileno) un imberbe, ma già ruvido, Buñuel, pur adorandolo come amico, non sopportava le poesie di Federico Garcia Lorca, che considerava, didascaliche, “spagnole” ai limiti del folclore. Il comune amico Dalì costringeva il futuro papà di Viridiana ad assistere ai “reading” che il giovane Lorca improvvisava, con la sua calda, bellissima, voce baritonale. Ma appena le sue labbra si serravano in attesa dell’applauso, Buñuel, implacabile, esclamava: “Federico, es una mierda”…

Ora, con l’immaginifico Blancanieves- per una fumisteria degna di Méliès (quindi del Cinema) partendo dalla Goticissima Foresta Nera dei fratelli Grimm - Pablo Berger compie un miracolo: coreografare un immaginifico “paso doble” fra la Spagna “mistica, vertiginosa, commestibile” di Federico Garcia Lorca (per dirla con il coevo Dalì) con la frenetica Spagna surrealista di Don Luis, svezzata a colpi di “humor negro” ed occhi di gallina (ma pur sempre “selvaggi”).

 

Ed il bello è che quel talentaccio di Berger, a coronare questa ebbra danza ispanica, mette Tod Browning ed Erich Von Stroheim a suonar le nacchere sul patio. Dallo “Sporco Unno” il regista spagnolo, oltre che il gusto per il grandangolo Feroce, prende a piene mani dal suo unico romanzo Paprika, estentuante, barocco, mèlo sulle gesta di una bellissima gitana, Erinni Cannibale, affamata di ufficiali austro-ungarici: La Spagna estatica gravida di toreador, maestri di flamenco, “cantaores” gorgheggianti, sottane fruscianti su corpi da Dea Pagana, sembra davvero osservata dall’implacabile monocolo di Stroheim.

Ma, e questo Bunuel lo sapeva benissimo, ogni Estasi porta al Delitto, alle gore di sangue dei Macelli, dei Sacri Macelli. E cosa c’è di più surrealista che immolare la candida Biancaneve, sinonimo di Purezza, e lasciarla- nella sua bella bara di cristallo- alla venerazione di una manica di nanetti da circo, di bagonghi da Carrozzone dei Fenomeni Viventi? Neanche il Diavolo di Simon del deserto avrebbe escogitato una tale genialata. Berger, il cui talento è paragonabile solo alla sua dotta cinefilia, ha inoltre ascoltato quella cassandra di Pirandello, che già nel 1939 lanciava strali contro l’avvento del cinema “parlato”: “La cinematografia è un linguaggio di apparenze- tuonava Pirandello dopo aver visto i primi film sonori giunti dalle Americhe- Le apparenze non parlano. Una apparenza non può avere una voce viva e presente, che suppone un corpo vivo e presente. Il linguaggio delle apparenze può essere soltanto la musica. Bisogna levare la cinematografia dalla letteratura e metterla soltanto nella musica. Musica e no più letteratura, deve essere l’elemento fantastico della cinematografia. Le immagini del nuovo film debbono nascere dalla musica attraverso l’interpretazione del poeta, come un linguaggio visibile della musica, come un linguaggio che nasce soltanto per gli occhi del sentimento che la musica esprime.”

Ringraziamo quindi Berger per aver strappato per un attimo il Cinema alla Letteratura (o al cattivo teatro, osiamo dire) e per aver forgiato una Pura Sinfonia Iconica.

 

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