Adam ResurrectedAdam Steiner è un ebreo sopravvissuto ai campi di sterminio. Essendo un clown e un artista straordinario, si salva grazie alla perversione di uno degli aguzzini che per il suo divertimento lo costringe a vivere come fosse un cane. Alla fine della guerra Adam ha perso tutto, la sua famiglia e se stesso. Ed è così che noi lo ritroviamo nel 1961, da dove il film ha inizio: solo, internato per l'ennesima volta in una clinica israeliana per le patologie mentali che cura nello specifico i sopravvissuti. In quel luogo dove cerca di dimenticare di essere stato cane farà un incontro che lo costringerà a ricordare e imparare/insegnare a essere di nuovo umano.

Il film è bello per moltissimi motivi, ma il tratto che più colpisce è la maestria con cui il regista gestisce la complessità della storia, e della Storia, nella particolare relazione che lega il film stesso, come oggetto artistico-narrativo, al percorso intrapreso dallo stesso protagonista per elaborare quella che è la sua Storia.

 

La maestria - non credo ci possa essere altro termine che questo - è nella pulizia e nell'equilibrio con cui le scene sono costruite e soprattutto nell'ordine, nel rispetto delle strutture narrative e poetiche che puntellano il racconto e ne segnano lo sviluppo: un bianco e nero cristallino - più nero che bianco - per i ricordi del passato, all'opposto, tonalità chiare per l'architettura moderna del manicomio: lì tutto deve essere manifesto, visibile, isolato, e senza ombre, come il deserto, dove la clinica si trova, che è anche territorio inattraversabile per antonomasia. È in questa atmosfera lunare, circondata dal buio siderale del passato, che si produrrà un incontro, un qualcosa che è più e meno che umano e che darà un senso alla costellazione narrativa creata dal regista: carica di piani simbolici, religiosi, politici e filosofici, ma al contempo asciutta, classica, onesta.

Ovviamente non è questa "bravura" a rendere interessante il film, ma è il confronto tra la facoltà propriamente umana di essere maestri nel plasmare le cose e noi stessi, creando un senso, e la disumanità con dobbiamo fare i conti sempre. È in questo contrappunto che la densità del protagonista, grazie alla plasticità straordinaria di Jeff Goldblum, trova tutto il tempo e lo spazio che gli sono necessari affinché possa raggiungerci la sua performance multiforme. La vita precedente e la morte, gli occhi di pietra alla Keaton e le mosse di Chaplin, la violenza e il genio, il dolore e le mille espressioni, arrivano così, senza soluzione di continuità eppure senza creare mai confusione: quando è cane Adam è cane, quando sanguina, sanguina davvero, quando deve far ridere fa ridere, non ci sono allusioni, c'è solo Adam tutto intero nell'attimo senza memoria dell'azione drammatica, su cui ha pieno controllo.

In tal modo la maestria controllata di Schrader ha la stessa natura di quella di Adam; recuperando non la follia ma il controllo il regista riesce a creare l'oggetto energetico del film senza farsi sfiorare dalla solita retorica sulla follia: non un'opera sull'Olocausto, non un film psicologico, non un'analisi storico politica sul dopoguerra in Palestina, niente di tutto questo e insieme tutte queste cose, mentre si mette in scena la relazione impossibile tra la struttura - sia essa la forma del potere o la costruzione di un identità sociale, la narrazione stessa della propria vita, il linguaggio e il cinema stesso - e una singolarità, o tante, che non ha/hanno altra parola che questa per definirsi.

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più vai alla sezione Privacy e sicurezza.