Strane figure nascono talvolta al momento del sonno e scompaiono.

Se apro gli occhi compaiono fosforescenti fioriture e

Appassiscono e rinascono come carnosi fuochi d’artificio.

(Robert Desnos)

Federico FelliniC’è chi sogna il proprio esame di maturità, solitamente come incubo lovecraftiano, chi di precipitare nel vuoto; io ho l’abitudine di sognare Federico Fellini, e questo sin dall’anno della sua morte. Col mio Maestro (così lo chiamo nella mia vita onirica) abbiamo raccolto pioppini dopo una tempesta, siamo stati a vedere Inception, s’è mangiato al Gambero Rosso senza il Gatto e la Volpe… Una volta eravamo davanti alla facciata della sontuosa cattedrale gotica costruita per l’incipit del G. Mastorna; sedevamo dinanzi a quel bidimensionale titano di cartapesta; all’improvviso Fellini faceva un gesto con la mano, come per acchiappare qualcosa nel vuoto.

Mi porgeva il pugno ben chiuso dicendomi: “Cosa ho preso?”; “Niente…”, replicavo. “Lo dici te”, rispondeva il Maestro con un accenno di sorriso… Ora però già so che la prossima volta in cui Fellini mi comparirà in sogno, vedrò il Maestro riminese piangere sincere lacrime. L’amico Ettore Scola gli ha fatto un regalo bello, commovente, orgogliosamente imperfetto, come i primi bozzetti mostrati all’eroico Vito De Bellis, il direttore del “Marc’Aurelio”, ma indubbiamente vergato con la piuma d’oca di un Poeta. E la Critica, in particolar modo la “Web-Critica” ha sentito il dovere di dissezionarlo sul tavolo operatorio del Recensore.

 

Certi film non si possono “recensire”; si può prendere per mano il potenziale spettatore sussurrandogli all’orecchio mille storie fantastiche, incantandolo ancora prima che metta piede in sala (come sapeva fare il compianto Buttafava), oppure si può tentare di contestualizzare l’opera, evitando di guardare nel laghetto di Narciso. Ma “recensire”, no.

Recensire Che strano chiamarsi Federico è come andare al “Gambero Rosso” e pretendere di pagare con la carta di credito. E’ come prendere un retino da farfalle con la pretesa di catturare il Babau di Dino Buzzati. E’ come ammirare il Cenacolo di Leonardo e bofonchiare: “Mancano i grissini”.

D’ora in poi, sotto al cuscino, terrò un fazzoletto da porgere al Maestro.

 

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