Cannes-2013-La-grande-bellezza-3-clip-dal-festival-e-nuove-foto-10-620x350Nel Valhalla dei Registi (sì, c’è, ma non vi svelerò mai le vette di quale pianeta domina) è un giorno importante assai, perché nella sala più bella (del resto, nel Valhalla, ogni saletta è serra esotica e galleria degli specchi al tempo stesso) hanno proiettato La Grande Bellezza ai registi italiani. Ma proprio tutti, eh. O almeno quelli che han trovato, esalato il sospiro estremo, la bellissima Brunilde sul proprio destriero. Ora la proiezione si è conclusa: migliaia di candele si riaccendono come per magia (ma perché parlar di magia in un luogo che già di per sé è umbratile Mito sognante?) e ci è possibile veder le reazioni dei Nostri Eroi: c’è chi se ne è andato a metà (Rossellini), c’è chi russa scompostamente sul proprio Trono (Carmelo Bene); ma i più sono lì, silenti e meditabondi, fino a quando una vocina spezza quelle nebbie metafisiche: “Oi, a me è piaciuto”, dice Fellini, a cui sembra (ma forse è solo colpa delle sigarette divorate un po’ da tutti) che una lacrima gli solchi la guancia. Gli fa eco, in uno sbuffo di fumo, dal suo Trono, il conte Luchino Visconti di Modrone: “Ma era ovvio!- poi, smuovendo le nebbie con un plateale gesto della mano- c’est tout très “fellinien”! E la nana, e la magia della giraffa, e la Roma da Basso Impero…”; “Che due maroni, Luchino”, sbuffa l’amico: “Te devi ancora vendicarti di quando definii, quello lì, come si chiama, quello di Io sono l’amore, Il Visconti Dimezzato…”.

 

Tra i due, seduto a terra, Pasolini, concentratissimo, seguiva quel ping-pong dialettico che si ripeteva: aveva un portatile aperto sulla pagina de “Il Corriere”. Lo chiuse, con un gesto stizzito delle sue bellissime dita nodose, sussurrando, come se parlasse da solo: “Se solo vi rendeste conto che l’omologazione fascista che impera da sempre in Italia ha fatto di voi due, due Stereotipi Imbalsamati, e di me un “controtipo morale” da citare a cazzo…”. Fellini, si guardò la punta delle scarpe; Visconti, au contraire, restò immobile come un doccione di Notre-Dame, assiso sul suo trono. Agitando il portatile, Pasolini continuò il proprio monologo, con l’enfasi tipica di chi sa di portare la Verità. Fra le eteree nubi del Valhalla, il suo volto scolpito nella corteccia di una quercia secolare, era di una bellezza che portava alla commozione: "E' un vero peccato che abbiate scelto la Turris Eburnea… Eppure voi, proprio voi, foste tra i primi ad urlare, a vostro modo, gli orrori della borghesia più famelica e dei suoi sicofanti… Federico, ti devo ricordare io la Gehenna catodica di Ginger e Fred?". Il vecchio amico, alzò gli occhi verso il Poeta, abbozzando un sorriso. “Ed anche lei, conte”- Visconti inarcò un folto sopracciglio- “non le dovrò ricordare la volgare tracotanza della Marchesa Brumonti e dei suoi scellerati figli?”. Visconti rimase un attimo silente poi, esalando un sincero sospiro di commozione, replicò: “che donna eccezionale, la Mangano…”. Pasolini abbozzò un sorriso: “E a me lo viene a dire, Conte?... Ma non è questo il punto… I detriti, le macerie fumanti, di una mutazione antropologica già cominciata col “boom” degli anni Sessanta, vi hanno portato via via ad allontanarvi sempre più da questa Italia inghiottita dal consumismo… E sapete perché? Perché se noi avevamo uno scopo nella vita era quello di cercare la Grande Bellezza, e sapevamo che non ci sarebbe riuscito neanche il Don Chisciotte di Cervantes…”.

Visconti e Fellini si guardarono, senza proferir parola. Continuò per loro Giacche Palance, come lo chiamavano i suoi adorati ragazzi: “Io fellini ppp orizz sono morto il due novembre del 1975… Avevo appena terminato di girare Salò… Quante se ne sono lette su questo film, che nessuno poi vedrà mai davvero… Ma sapete? Più passano gli anni è più penso che Salò sia un film comico, atrocemente comico…”. “Io non ho mai avuto il coraggio di guardarlo, Pier Paolo - disse Fellini con un filino di voce - so già che mi farebbe stare troppo male…”. Pasolini passò le dita ossute fra i radi capelli dell’amico: “Ma ora quella Purezza che io volevo violentata da un Potere ridicolo e demente, ora non la troverei più… Anzi non troverei davvero la mia arcaica, profonda, idea di Bellezza… Se oggi volessi ancora parlare del sottoproletariato romano, non lo troverei proprio, perché il consumismo cannibale si è fagocitato la realtà. I figli che ci circondano, gli adolescenti in particolare, sono dei mostri. Il loro aspetto e terrorizzante, nella infelice, aberrante, omologazione… Sono maschere di una qualche iniziazione barbarica…”. Il Poeta si rivolse, ex abrupto al Conte: “Lei si è mai confrontato con la Grande Bellezza?”; Visconti si mise la mani davanti alla bocca, assumendo una posa teatrale; ci pensò un attimo: “Forse il mondo primitivo e gigantesco dei pescatori di Aci Trezza…”.

Visconti e Pasolini, per la prima volta, si sorrisero: “E tu Federico?...Ti ricordi quando mi costringevi a passar le notti fra Guidonia, Pietralata, il Tiburtino Terzo, a cercare “La Bomba”, quella melvilliana mignotta, che poi mai, ripeto mai, riuscimmo a trovare? Era quella, Federico, la Grande bellezza?”; Fellini rise, di gusto: “Ma secondo me mica esisteva la Bomba…”.

Nel Valhalla, ormai, albeggiava: le tre italiche Divinità spazzarono un paio di nuvolette, per meglio osservare i raggi del sole; tra i purpurei drappeggi dell’alba, già in procinto di raggiungere il proscenio, passò uno stormo di fenicotteri. “Straziante, meravigliosa, bellezza del Creato”, disse il Poeta, carcando le mani dei due amici.

 

La grande bellezza-2

 

 

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