poster-italiano-l-uomo-d-acciaioOrmai bisogna farci i conti, è inutile negarlo o pensare che siano solo episodi passeggeri: i supereroi al cinema sono diventati un genere a stante, rischioso (chiedete ai fan di Spiderman e Batman dopo che hanno avuto a che fare con Mark Webb e Joel Schumacher), ma anche affascinante, che nel tempo ha saputo regalare anche dei capolavori. Per trovare il primo film sui supereroi bisogna tornare al 1978 (il Batman con Adam West, del 1966, è infatti più considerabile come una sintesi della serie tv, più che un vero e proprio film), quando Richard Donner portò sul grande schermo il primo Superman – che vedeva Gene Hackman nel ruolo di Lex Luthor e Christopher Reeve nei panni di Clark Kent – cui poi seguirono Superman II (1980) e Superman III (1983). Il supereroe, creato nel 1938 da Jerry Siegel e Joe Schuster per la DC Comics, ha da sempre il pregio/difetto della perfezione, una sorta di patina buonista e impeccabile che, se da un lato desta ammirazione, dall’altro rende difficile qualsiasi tipo di immedesimazione. Il primo film, comunque resta di ottima fattura, con effetti speciali premiati con un Oscar e grazie anche a una colonna sonora inconfondibile, creata dal grandissimo John Williams, il celeberrimo compositore dei film di Steven Spielberg.

 

Dopo Superman, il silenzio. Finché dall’oscurità, il genio di Tim Burton non ha portato alla luce Batman, nel 1989, scegliendo Michael Keaton come protagonista e Jack Nicholson nel ruolo di Joker e replicando, tre anni dopo, con Batman-Il Ritorno, che vedeva presente anche Michelle Pfeiffer nel ruolo di Catwoman e Danny DeVito come Pinguino. Si inizia dunque a parlare di capolavori, con pellicole che hanno alle spalle la Warner Bros. e che sono comunque interpretate da attori di primissimo livello, che Burton ha posto in una Gotham estremamente fedele ai fumetti, ma se possibile ancora più cupa, espressionistica nella sua metafora di invivibilità sociale, in cui la schizofrenia regna sovrana (Joker, Batman, Pinguino e Catwoman hanno tutti una doppia personalità, una maschera) e dove la neve che scende sulla città è solo un timido palliativo che non porterà mai alla quiete.

 

Verrebbe da parlare poi del nulla dopo questi capolavori, eppure, per arrivare a chi davvero ha dato la spinta alla “moda”, ossia Sam Raimi con Spiderman, bisogna attraversare due capitoli dolorosi e agghiaccianti per gli amanti dei supereroi, di Batman, e, in generale, del buon cinema: Batman Forever e Batman&Robin, di Joel Schumacher, in cui l’unica cosa salvabile sono i villains (Jim Carrey/Enigmista, Tommy Lee Jones/Due Facce, Arnold Schwarzenegger/Mr. Freeze e Uma Thurman/Poison Ivy), mentre Val Kilmer e George Clooney come Batman sono imbarazzanti, anche se, dal punto di vista estetico, Clooney è forse il Bruce Wayne più adatto scelto sino ad allora. Ma questo rimane il male minore, in confronto all’inserimento di Batgirl (Alicia Sylverstone) e di Robin (Chris O’Donnel), oltre ad una regia, sceneggiatura e scenografia offensive per ciò che merita il Cavaliere Oscuro, in una ferita rimarginata solo da Christopher Nolan nel 2005, con Batman Begins. Il regista londinese ha infatti ribaltato tutti i pronostici, riuscendo a eguagliare, nella sua diversità, il successo ottenuto batman89 da Burton: ha trovato in Christian Bale un attore perfetto come Wayne e come Batman, in Gary Oldman un ottimo Gordon e nel fido Michael Caine un egregio Alfred, creando una trilogia ormai divenuta leggenda, discostata dal fumetto originale e adattata alla realtà, in cui i cattivi sono molto credibili e in cui la critica sociale è più cruda, spietata ed evidente. In particolare è il secondo capitolo, The Dark Knight, a essere un film che va oltre ogni immaginazione, con Heath Ledger che spaventa, strabilia e lascia attoniti nell’interpretazione del Joker. Il primo film, Batman Begins, gira attorno al tema della paura, con villains principali Ra’s Al Ghul (Liam Neeson) e il Dottor Crane/Scarecrow (Cillian Murphy), il secondo è imperniato sulla follia e il terzo, The Dark Knight Rises, sulla rinascita, intesa come ricerca costante di sé dopo lo smarrimento, in un Batman senza Batman dove Anne Hathaway porta in scena una Catwoman più simile al fumetto rispetto a quella della Pfeiffer, vendicando lo scempio di Halle Berry di qualche anno prima, e dove anche a Bane viene ridonata la dignità toltagli dal vergognoso personaggio inserito nel film di Schumacher.

 

In effetti è nel 2000 che l’universo Marvel ha mosso i primi passi in un territorio cinematografico sin a quel momento monopolizzato dai prodotti DC Comics: Bryan Singer dà infatti vita al primo capitolo degli X-Men, cui seguiranno poi X- Men II e una mediocre conclusione (costante delle trilogie dei supereroi, da cui forse solo Christopher Nolan è riuscito a salvarsi) con X-Men: Conflitto finale, diretto da Brett Ratner, incapace di dare continuità qualitativa ai due bellissimi precedenti capitoli, con un cast di prim’ordine (con il professor Xavier interpretato da Patrick Stewart e Ian McKellen nei panni di Magneto), su cui spiccava l’allora sconosciuto Hugh Jackman, perfetto nel ruolo di Wolverine. Jackman diviene di fatto il vero protagonista della trilogia, tanto che nel 2009 Gavin Hood decide di creare uno spin off solamente su di lui, intitolato X-Men Origins: Wolverine, un film discreto, ma nulla di eccezionale, per il quale è previsto un sequel, Wolverine l’immortale, in uscita il prossimo 25 luglio. Di fatto, X-Men è un film molto importante, che all’apparenza sembrerebbe privilegiare l’azione e l’effetto speciale, a discapito del contenuto, e che invece è una meravigliosa metafora dell’uomo “diverso” da intendersi come speciale e non come essere di cui avere paura, in un messaggio forte di integrazione e di ricerca dell’uguaglianza nella differenza, dove la diversità diventa sinonimo di valore aggiunto e di dono particolare ricevuto da ogni uomo. Tematiche presenti in maniera forte nei primi due capitoli ma che poi si sono perse, soprattutto nell’ultimo film di Matthew Vaughn, che annoverava tra gli attori anche Michael Fassbender, ma che, come tutti gli ultimi reboot, ha totalmente snaturato l’originale: il cameo di Hugh Jackman è la cosa meglio riuscita, e dura meno di 30 secondi.

 

Se si volesse ricercare il vero apripista per il genere cinematografico supereroi, non si può che rivolgersi a Sam Raimi, che nel 2002 ha portato sul grande schermo Spiderman, interpretato da Tobey Maguire, strabiliando critica e pubblico con un film favoloso, che ha saputo rendere giustizia a uno dei supereroi più amati. Peter Parker, il nerd preso di mira dai bulli della scuola, il ragazzo qualunque, quello in cui tutti gli adolescenti possono immedesimarsi e grazie al quale possono sognare: da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Raimi le sue se le è prese, dando vita a una trilogia che, nonostante un terzo capitolo sbrigativo e confusionario – in cui Venom rappresenta la crisi interiore di Peter, bene, e la sua nemesi, male – resta comunque di ottima qualità e tra le opere migliori che il cinema di supereroi abbia mai altprodotto. Senza dubbio, registicamente parlando, Spiderman II resta comunque il film migliore dei tre, in cui Raimi ha saputo inserire sequenze in marcato stile horror in perfetto equilibrio con una trama che ha saputo raccontare la crisi dell’uomo e dell’eroe, l’amore per Mary Jane e il senso di colpa per la morte dello zio, il tutto mentre Doc Ock (Alfred Molina) cerca di distruggere New York. Chi le responsabilità invece non se le è prese è Marc Webb, che con il reboot The Amazing Spiderman ha gettato al vento quanto di buono fatto da Raimi, senza alcuna possibilità di salvarsi, benché a disposizione avesse un attore bravo come Andrew Garfield ed effetti speciali sicuramente maggiori: il problema era nella sceneggiatura, oltre che in un personaggio totalmente fuori da ogni concezione: Peter Parker boyfriend (ringraziando il doppiaggio) della ragazza più bella della scuola e amato da tutti sin dal principio? Figuriamoci. Ma poi, com’è possibile uno Spiderman senza il mitico James Jonah Jameson, che nella trilogia di Raimi aveva costituito uno dei punti di forza? La cocente delusione del 2012.

 

La Marvel Comics ha comunque preso piede, e infatti nel 2003 è stato prodotto Daredevil, con Ben Affleck, più commedia che film di eroi ma comunque apprezzabile, se paragonato a scempi come Ghost Rider, Ghost Rider- Spirito di Vendetta, Elektra, I Fantastici 4 e I Fantastici 4 e Silver Surfer, film al limite dell’imbarazzante che hanno fatto sì che i supereroi venissero bistrattati, considerati roba da bambini e quasi film di serie b, cosa che, in effetti, questa ristretta cerchia di prodotti sono. Anche se dare tutta la colpa alla Marvel è eccessivo, dato che anche Green Lantern non brilla certo di luce propria, pur non arrivando al livello infimo dei film sopracitati. Eppure, da uno sbaglio è nato il primo mattoncino per un capolavoro: nel 2003, infatti, Ang Lee ha portato nelle sale un prolisso Hulk, girato in maniera perfetta, come se volesse portare davanti agli occhi degli spettatori uno storyboard, o comunque una serie di tavole da graphic novel, grazie ad un montaggio notevole ed affascinante, che però supporta una trama debole, che vorrebbe arrivare al cuore di Hulk e che invece resta sin troppo in superficie. Ci ha riprovato poi Louis Leterrier con risultati lievemente migliori, dando vita ad un film più cupo, meglio girato, con un Bruce Banner (Edward Norton) più credibile e un cattivo come si deve (Tim Roth), una pellicola in cui è visibile l’alone di un progetto più ampio, in cui questi film servono solo da preparazione, giusto per dare conoscenza al pubblico di chi siano questi supereroi, prima di unirli nel progetto Avengers.

 

Ecco che allora Jon Favreau – che in Daredevil recitava il ruolo di avvocato, assieme a Ben Affleck – nel 2008 porta alla ribalta colui che diverrà la maggior fonte di guadagno del cinema Marvel: Iron Man. Con la presenza dirompente di un Robert Downey Jr. meraviglioso, si può asserire che Iron Man sia il vero perno su cui è stato costruito The Avengers, grazie a un primo film riuscitissimo, in cui vengono spiegate le origini del supereroe, e a un secondo capitolo lievemente inferiore, in cui vince l’elemento di intrattenimento a discapito della profondità della trama. Ma nulla in confronto al terzo capitolo, che qualunque fan vorrebbe dimenticare: Iron Man 3, senza la guida di Favreau, è una sorta di parodia di The Dark Knight Rises, in cui il parallelismo sul simbolo della paura Bane/Mandarino è il medesimo, addolcito dalla Disney ormai padrona dei diritti Marvel ed esagerato all’inverosimile, al punto da ridurre in ridicolo l’atteso acerrimo nemico di Tony Stark. All’appello, però, mancavano ancora Thor e Captain America, usciti in rapida successione nel 2011 ma rimanendo nel limbo della sufficienza, senza essere dirompenti o memorabili, anche se, rimane il fatto che Chris Hemsworth sia stata la scelta più incredibilmente azzeccata per il dio del tuono, grazie alla sua assurda somiglianza. Ma, come abbiamo già accennato, sono tutti film preparatori per il colpo ad effetto del 2012: The Avengers, dove Joss Whedon riesce a creare un alchimia perfetta tra azione e interiorità, riflessione sul senso di gruppo, sulla crisi personale, lasciando ampio respiro alla meraviglia di effetti speciali degni di nomination all’Oscar, amplificati dall’epica colonna sonora di Alan Silvestri.

A breve uscirà Superman - Man of Steel, di Zack Snyder (già regista di Watchmen) e scritto da Christopher Nolan: riuscirà a far dimenticare Superman Returns? Sembrerebbe dunque chiudersi il cerchio, iniziato proprio con Clark Kent, e invece no: sono infatti previsti Thor II, The Amazing Spiderman II, The Avengers II, una nuova versione dei Fantastici 4 e anche Antmen. Non resta che aspettare.

 

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