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Il ritorno di In the Mood for Love nei cinema non è solo un segno della ripartenza delle sale ma un gesto davvero coraggioso per rilanciare la centralità del grande schermo nell'esperienza dello spettatore. Il sommo capolavoro di Wong Kar-Wai, opera spartiacque del cinema d'autore che aprì il terzo millennio, ha subito un accurato prezioso restauro da parte dell’Immagine ritrovata di Bologna e della Criterion di New York, approvato e supervisionato dallo stesso regista, e viene riproposto in 4K.

Doveva essere la chicca di Cannes 2020 per celebrare i vent'anni dall'uscita in sala, ma la pandemia ci ha messo lo zampino e ha fatto saltare il tutto. Il film restaurato è stato poi presentato in Italia al Torino Film Festival 2020 online, prima di arrivare nelle sale con la riapertura degli esercenti. Un ritorno che insomma è un evento a tutti gli effetti, per quanto la parola "evento" possa restituire la portata di quello che In the Mood for Love è stato per i cinefili e per la Storia della settima arte. 

Se il cinema anni '90 di Wong era già assurto allo status di culto, grazie ai critici (anche italiani) innamorati del cinema asiatico e della new wave di Hong Kong, è con questo film, suo opus numero 7, che il mondo conosce e consacra il regista dallo sguardo perennemente coperto da occhiali da sole, capace di raccontare in modo unico e con uno stile raffinato e disperatamente romantico i turbamenti del cuore e le sofferenze d'amore.

Se dobbiamo pensare al Cinema puro e duro, con la C maiuscola, non c'è dunque immagine più perfetta dei ralenti sui corpi malinconici di Maggie Cheung e Tony Leung, chiusi negli interni stretti di un claustrofobica e perbenista Hong Kong anni '60 e accompagnati dallo Yumeji's Theme o da Quizás, Quizás, Quizás, che in un amore negato e trattenuto trovano rifugio dalle proprie solitudini.

Cinema che fa vibrare i sensi dal primo all'ultimo frame (non ce c'è uno che non sia un'opera d'arte), sublima la costruzione degli spazi e dell'inquadratura, asciuga il racconto sino all'essenziale e predilige gli sguardi ai dialoghi o, per meglio dire, lo sguardo (del regista e dello spettatore) sugli sguardi (dei protagonisti). Definendo in modo fondamentale il genere mélo e insegnandoci che il racconto d'amore al cinema è una questione di stile. 

Voto: 4/4

 

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