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Lee Chang-dong  

La poesia per mettere al sicuro le parole e i ricordi. La poesia per tirare fuori la parte più bella dalle cose più semplici ed ordinarie, mentre intorno il mondo si imbruttisce dando un valore monetario ad una vita spezzata. La poesia come messaggio d'addio da lasciare alla fine del proprio percorso di vita. La poesia come epitaffio scritto a se stessi.
Chang-dong Lee scrive e dirige l'intenso dramma di Mija, una sessantenne che guadagna quanto basta per lei e per il nipote adolescente lavorando come badante in casa di un vecchio disabile. Mentre si manifestano in lei i primi sintomi della sindrome di Alzheimer, il suicidio di una giovane liceale la coinvolge, suo malgrado, in maniera inaspettatamente diretta. Un corso di poesia e immersioni nella natura sembrano l'unica via di fuga da una realtà fin troppo pesante e dolorosa.

 

 

 

 

Il regista coreano apre il suo film con una tragedia e lo chiude con un immagine quasi speculare nella quale il destino della protagonista rimane sospeso tra le parole del suo poema.
Nel mezzo un senso di ineluttabilità che ci conduce insieme a Mija (una bravissima Jeong-hie Yun) ad una presa di coscienza che matura in una decisione tanto sofferta quanto necessaria, soprattutto per la figura materna universale che rappresenta.
Un bellissimo esempio di cinema "altro" da un autore coreano già noto sul suolo italico per il suo Oasis. Pur non avendo avuto i riflettori puntati addosso come i suoi connazionali Kim Ki-duk e Park Chan-wook, Poetry dimostra come il cinema di Chang-dong Lee sia ancora una realtà importante che il coraggio della piccola distribuzione italiana ha fatto riemergere da quel cono d'ombra dove era stato ingiustamente relegato.

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