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Woody Allen   Jonathan Demme   Colin Firth  

magic-in-moonlightDa qualche anno a questa parte la produzione di Woody Allen sembra alternare con regolarità film molto buoni a prodotti mediocri e dimenticabili.

All'interessante Basta che funzioni (2009) era seguito il disastroso Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni (2010); dopo il bel (seppur sopravvalutato) Midnight in Paris (2011) era arrivato il pessimo To Rome with Love (2012), forse uno dei punti più bassi della filmografia alleniana. Cosa aspettarsi, quindi, dopo lo splendido Blue Jasmine dello scorso anno? Un film sottotono, svogliato e poco ispirato: esattamente quello che questo Magic in the moonlight è.

 

La magia è un tema che da sempre ha affascinato Allen, presenza costante in diverse sue pellicole (da Broadway Danny Rose a New York Stories, da La Maledizione dello Scorpione di Giada a Scoop) e  strumento necessario, benchè sostanzialmente fasullo, per mettere in discussione le certezze di tutti i giorni e spingere il raziocinio umano al di là di ciò che è offerto dalle apparenze.

In questo caso la magia è poco più che un pretesto per imbastire una commedia romantica e leggera ambientata sullo sfondo di una Provenza da cartolina e dove gran parte dei topoi alleniani si ripropongono stancamente, in maniera meccanica, prevedibile e banale, senza regalare quasi mai sussulti o sprazzi d'inventiva capaci di rivitalizzare un prodotto apatico e poco coeso.

Sicuramente lontano dai più scadenti risultati filmici recenti del regista newyorchese, Magic in the Moonlight ha dalla sua un comparto visivo ottimo (con la curatissima fotografia affidata di nuovo a Darius Khondji, collaboratore di Allen negli ultimi due film girati in Europa) e due interpreti divertiti e abbastanza in sintonia, capaci di regalare dei riusciti duetti che sono tra le poche cose da salvare dell'intera pellicola.

Ma sul tutto aleggia il sentore di un manierismo fiacco, ripetitivo e senza mordente creativo. Il cinico e disilluso prestigiatore interpretato da Colin Firth non è altro che un'ennesima variazione del tipico protagonista allenniano, ateo e materialista, misantropo e nietzschiano, fatalista eppure spinto dall'amore a cambiare prospettiva, a interrogarsi e porsi dei dubbi sul proprio approccio alla vita e disposto a rimettersi in gioco. In egual misura, la sensitiva cui Emma Stone dà corpo è una versione anni 20 di Annie Hall, smaliziata, eccentrica, ciarliera e seducente ma più fragile, insicura e sensibile di quanto vorrebbe dare a vedere.

Insomma con Magic in the Moonlight Woody Allen, ancora una volta, si parla addosso, regalando i consueti siparietti riflessivi sull'esistenza di Dio, sui labilissimi confini tra credenza religiosa e superstizione o la messa in ridicolo di un mondo borghese sciatto, credulone e arrogante. Trattasi però dell'ennesimo compitino svolto da un regista che ormai sforna opere per forza d'inerzia e che quando non è mosso da un'urgenza o una particolare ispirazione (come nei casi precedentemente citati) partorisce prodotti impalpabili e francamente noiosi come questo suo ultimo, anonimo e trascurabile film.

 

Voto: 2/4

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