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Kelly Reichardt è una delle più acclamate e talentuose registe statunitensi. Il suo cinema, non sempre puntuale e ficcante come dovrebbe, riesce comunque a mettere in luce uno sguardo interessante e unico, in grado di saper dialogare solo con le immagini in quelli che risultano sempre dei quadri studiati al dettaglio capaci di sprigionare una potenza comunicativa che mette in correlazioni personaggi e ambiente. In First Cow il discorso si rende ancora più stratificato ma riuscito. Siamo infatti alle prese con una sorta di western (almeno nello schema drammaturgico) in cui però l’autrice prova a mettere alla berlina i maggiori stereotipi per confezionare una storia di amicizia (e forse qualcosa di più) tra uno chef sprovveduto e un immigrato cinese.

Non siamo nel deserto della California ma nel boschivo Oregon. Non ci sono duellanti avidi di denaro pronti a tutto pur di trovare un nuovo bottino, ma capitalisti (comunque sempre avidi) alla ricerca di un’impresa non personale ma aziendale. Non ci sono pistole e fucili, ma pentole e utensili da cucina. Il progetto è più che interessante, la Reichardt divide la narrazione in due parti concentrandosi prima di tutto sull’amicizia tra i due protagonisti e poi sull’aspetto narrativo. Nessuno è innocente in questa caccia al tesoro in cui, poco alla volta, diventerà più importante salvare la propria pelle che il proprio denaro. La mucca del titolo rappresenta la fonte di ricchezza ambita e bramata da molti: colei in grado di fornire il latte utile per la ricetta segreta più apprezzata del momento ma anche il bene primario di chi arriva dall’Europa per imporre il proprio capitale nella nascente America. La ciclicità e trasversalità dell’avarizia ruotano quindi intorno all’animale in quella che diventa una sfida serrata per proteggere i propri interessi.

Dopo numerose pellicole con protagoniste femminili, l’autrice si concentra questa volta su una storia praticamente tutta al maschile. Sono passati diversi anni dal suo precedente western, Meek’s Cutoff (2010), e l’idea cinematografica di ripercorrere un genere scomponendolo per rivisitarlo a suo modo è sicuramente da premiare (così come il talento e il coraggio di affrontare una simile sfida). Certo, First Cow resta comunque un progetto stratificato e complesso da digerire (soprattutto nella prima parte, dove l’attenzione stenta a rimanere sempre alta anche per via di un ritmo non proprio avvincente), eppure è innegabile che la regista riesca sempre a sfruttare l’attesa che ormai da tempo circonda il suo nome per giocare con lo spettatore e provocarlo su quelle che per molti potrebbero risultare delle certezze basilari in tema filmico.

Voto: 2,5/4

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