creepy

CREEPY di Kiyoshi Kurosawa (Berlinale Special Gala)

Prendendo le mosse da una trama thrilling sicuramente ipnotica e affascinante, il regista giapponese Kiyoshi Kurosawa realizza un'altra pellicola piena di tenebre e perversioni psicologiche (la sua filmografia ne è ricca) riuscendo solo in parte a raggiungere gli obiettivi prefissati. Creepy è infatti un film sicuramente divertente (cinematograficamente parlando) ma che si avvale di una parte centrale troppo ridondante, e meno accattivante del previsto, per risultare completamente fruibile e lineare.

Kurosawa è bravissimo a costruire le sequenze più tese e snervanti facendo immedesimare lo spettatore nella terribile trappola in cui i suoi protagonisti finiscono irrimediabilmente per cascare lungo le due ore e più di durata. La morale delle azioni, il valore dell'identità, la responsabilità delle conseguenze sono tutti temi che affiorano in momenti diversi, in grado di emozionare lo spettatore senza tuttavia riuscire a restituire un disegno finale omogeneo e di ampio respiro.

Voto: 2/4

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THE PATRIARCH di Lee Tamahori (fuori concorso)

Difficile provare a comprendere le ragioni di inserire nella sezione ufficiale (seppur fuori concorso) un film come questo. L'opera di Lee Tamahori è infatti quanto di più lontano possa esserci da ciò che ci piacerebbe visionare e valutare in un festival di cinema. Ambientato nelle bellissime terre della Nuova Zelanda, The Patriarch racconta la storia convenzionale di una famiglia di contadini ancorata alla gerarchia patriarcale alle prese con lo spirito più libero e indipendentista della generazione più giovane.

In cabina di regia purtroppo si respira molta aria di prodotto televisivo (ralenti, fotografia splendente, sequenze oniriche e musica invadente) ma ciò che più sorprende è la mancanza di un vero sottotesto significativo da voler/poter comunicare. Il film è piatto come pochi altri visti in questi giorni e non riserva mai un picco emotivo o stilistico degno di risvegliare l'attenzione del pubblico. Da dimenticare.

Voto: 1/4

 
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TA'ANG di Wang Bing (Forum)

Sulla carta, Ta'ang potrebbe essere la risposta cinese a Fuocoammare. Wang Bing, proprio come Gianfranco Rosi, realizza un documentario incentrato sul flusso migratorio questa volta scaturito da una terribile guerra civile che costringe migliaia di profughi a scappare in cerca di pace. Se la base tematica e contenutistica è simile (almeno umanamente parlando) è lo stile adottato dal cineasta cinese a stimolare un confronto e un approfondimento maggiore. Wang Bing infatti non è minimamente interessato al distacco preciso e geometrico attuato da Rosi, quanto piuttosto a un coinvolgimento feroce e violento dello spettatore.

Lo stile grezzo e secco con il quale il film prosegue per tutta la sua (eccessiva?) durata non facilita una visione lineare o fluida, ma ha sicuramente il pregio di disturbare il pubblico e immedesimarlo nella precarietà che attanaglia i personaggi in scena (strepitosa la sequenza delle bombe roboanti dietro la collina, spia evidente ma invisibile di una minaccia tenebrosa e pronta a colpire). Ta'ang è un'esperienza da vivere prima che un film da vedere, un'opera che accorcia notevolmente (se non addirittura azzera) la distanza che intercorre tra regista e soggetti e prova a ricreare un "qui e ora" spontaneo e mirato a risvegliare le coscienze dei più.

Voto: 2,5/4

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