vergine-giurataVERGINE GIURATA di Laura Bispuri (concorso)

C’era molta curiosità dietro Vergine giurata. Il film infatti segna l’esordio alla regia di una giovane italiana, Laura Bispuri, selezionata nel concorso tedesco con un lavoro girato a basso budget e dall’alta componente multietnica. Effettivamente la pellicola ha diversi spunti di interesse anche se piuttosto immatura sotto alcuni aspetti. Prendendo le mosse dall’omonimo romanzo di Elvira Dones, la Bispuri racconta una storia dalla forte componente drammatica del tutto incentrata sul tema del ritorno. Hana infatti è una ragazza albanese costretta a estreme limitazioni sociali a causa della comunità maschilista e retrograda in cui vive. Per riuscire a cercare una svolta nella sua vita, presta un giuramento di verginità che la metterà sullo stesso piano degli uomini. Dieci anni dopo però, la donna sentirà il bisogno di tornare indietro, di riappropriarsi della sua identità, delle sue relazioni affettive e del suo corpo. Il corpo, appunto, è il vero protagonista della vicenda, “interpretato” splendidamente da Alba Rohrwacher (da lodare anche per lo studio linguistico a cui si è sottoposta prima delle riprese). La Bispuri mette in scena un apparato umano mutilato, limitato, afflitto, con cui la protagonista si sente a disagio, si sente nuda.

Ed è proprio con questa nudità che il film gioca sin dall’inizio, mostrando la Rohrwacher sempre vestita (persino negli ambienti più estremi come la piscina) sino a che il personaggio non riuscirà finalmente a tornare indietro, ad accettarsi per quello che è e a sciacquare via (letteralmente con la scena della doccia) il suo passato. Il percorso della protagonista è costantemente accompagnato da una fatica massacrante ma invisibile ai più (netto ed esplicito il paragone con il nuoto sincronizzato, dove fuori dal livello dell’acqua l’apparenza impone gioia e freschezza, mentre sotto gli atleti soffrono a denti stretti), aggravata maggiormente da un richiamo malinconico verso la sua terra d’origine, un’Albania aspra e cruda con la quale Hana non può non fare i conti. Amore e odio sono i sentimenti che la legano al suo Paese, una realtà dalla quale è dovuta scappare per ritrovare se stessa ma verso la quale ora sente il bisogno di tornare, rigenerata dalla sua esperienza (la canzone finale lo sottolinea). Ostacolato da scelte stilistiche di richiamo autoriale un po’ troppo azzardate, da svolte narrative sbrigative e per nulla funzionali (la scena della masturbazione nel bagno è uno dei momenti più bassi della pellicola) e da un finale frettoloso e riconciliatorio, Vergine giurata rimane comunque un’opera coraggiosa che lascia ben sperare per il futuro della regista.

Voto: 2,5/4

13 MINUTES di Oliver Hirschbiegel (fuori concorso)13 Minutes

Dopo aver tratteggiato in maniera convincente gli ultimi giorni della vita di Adolf Hitler nel film La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler (2004), il regista tedesco Oliver Hirschbiegel torna sul tema della Seconda guerra mondiale, questa volta provando a raccontare l’insolita vicenda di Georg Elser, il quale, nel Novembre del 1939, architettò un attentato nei confronti del Fuhrer, conclusosi con un nulla di fatto solo per via di un imprevisto che costrinse Hitler ad abbandonare il luogo dell’esplosione 13 minuti prima del dovuto.

La pellicola prende spunto da questo fatto senza mai mostrarlo in maniera precisa e senza costruirvi attorno l’intero racconto. Il film di Hirschbiegel infatti è interessato a ricostruire la Germania nazista nella sua evoluzione prima del conflitto, concentrandosi contemporaneamente sulla storia singolare di Elser, appunto, partigiano a lungo dimenticato dagli annali storici. Il sempre maggior consenso del partito di Hitler, l’avanzare delle leggi antisemite e del regime dittatoriale non possono far altro che portare i cittadini di fronte a una scelta: aderire o meno al Nazismo. Il senso di colpa, la responsabilità di far sentire la propria voce, la determinazione nel portare a termine i propri piani, l’amore, l’amicizia, la paura, la violenza sono tutti temi che il regista prova ad affrontare in maniera più o meno riuscita lungo la sua opera.

Hirschbiegel sembra non voler rischiare molto lavorando su personaggi stereotipati (il militare cattivo, l’ufficiale mite che cambierà sponda, il marito ubriaco e violento, il ribelle convinto, la segreteria) e su una struttura narrativa ampliamente consolidata che segue le vicende lungo due piani temporali diversi ma strettamente connessi. Tuttavia 13 Minutes non è nemmeno una pellicola noiosa o ridondante, capace di scuotere lo spettatore con scene di grande impatto (la sequenza dell’impiccagione su tutte) e soprattutto riuscire a evitare l’uso della retorica e l’impiego di scelte furbe per stuzzicare la suspance. Senza voler ricercare obiettivi autoriali ma nutrendosi della stessa umiltà che muove i suoi personaggi, il film però rimane un prodotto ben confezionato che mette in mostra fatti troppo a lungo celati, nulla di più. Un’opera adatta per la didattica adolescenziale, ma che suscita qualche interrogativo riguardo la sua presenza ufficiale in un Festival.

Voto: 2/4

 

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