knight-of-cupsAvventura e cambiamento. Queste più o meno sono le vicende che vengono accostate alla carta del Cavaliere di Coppe (Knight of Cups per l’appunto) nei tarocchi. Due parole che sembrano lontane dal mondo di Terrence Malick, regista che ha fatto del suo stile un vero e proprio marchio di fabbrica convincente, riconoscibile, funzionale e strettamente connesso ai contenuti dei suoi lavori.

Dopo aver presentato a Venezia 2012 il tiepido To the Wonder, molti avevano accusato l’autore di essere finito in un circolo vizioso in cui la sua creatività risentiva delle opere precedenti (The Tree of Life in primis). Dunque una buona dose di rinnovamento preannunciata velatamente nel titolo di questo suo ultimo lavoro avrebbe potuto costituire una boccata d’aria fresca per il suo cinema.

Effettivamente Knight of Cups (presentato in Concorso) appare insolito e diverso nei primissimi minuti, più contemporaneo e moderno, con un’estetica tendente al videoclip in un paio di (brevi) sequenze e l’utilizzo di inquadrature fish eye. Ma poi il tutto torna come prima (riprese sinuose coordinate da Lubezki, montaggio accattivante, musica in primo piano, largo utilizzo del voice over), fatto che non deve essere necessariamente visto come negativo ma che in questo caso sembra essere di ostacolo alla riuscita del lavoro.

Tuttavia, il problema maggiore della pellicola rimane a carattere contenutistico. Infatti il regista americano è sempre riuscito ad adattare la sua visione di cinema a ciò che gli premeva comunicare allo spettatore. In questo lungometraggio purtroppo ciò non accade. Il film sembra completamente spaesato, privo di razionalità pur volendo raccontare qualcosa di molto concreto (la solitudine e il disorientamento di un uomo al vertice del successo). Provando a condurci lungo il vago e vuoto viaggio alla ricerca di sé del protagonista, la pellicola finisce inevitabilmente per mostrarsi a sua volta vaga e vuota. Non c’è nulla di nuovo, nulla di emozionante, qualche frame meraviglioso si salva come sempre, ma non basta.

Knight of Cups finisce ben presto per annoiare e per risultare un enorme gatto che si morde una lunghissima coda, un ricco minestrone (il film è diviso a capitoli) di personaggi che non hanno motivo di esistere (per lo più si tratta di camei come accade per Antonio Banderas e Cate Blanchett), una sfilata di Carnevale colorata e vorticosa ma che, una volta tolta la maschera, crolla inesorabilmente.

Voto: 1,5/4

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