aloft-poster01Neanche l'ingresso dell'Italia serve a dare lustro a questa Berlinale. Il pugliese Edoardo Winspeare porta il suo ultimo In grazia di Dio nella sezione Panorama ma lascia attoniti, con la sensazione di aver visto un film incompleto. Stranisce anche, ma era prevedibile, il regista cult Bruce LaBruce con il surreale e fallocentrico Pierrot Lunaire nella sezione Forum Expanded. In concorso, il cinese Black coal, thin ice ci riporta alla stagione del thriller anni ’90, mentre qualche piccola novità viene da Aloft della regista Claudia Llosa, già Orso d'Oro nel 2009 con La teta asustada.



IN GRAZIA DI DIO di Edoardo Winspeare (2014)

Oltre due ore che ruotano intorno a una storia familiare ambientata in Puglia ai tempi della crisi, girando a vuoto, senza prendere una direzione precisa. I fratelli Tagliaferro sono costretti a chiudere l'impresa di famiglia e a vendere la casa, schiacciati dai debiti. Mentre Vito si trasferisce con la moglie e i figli in Svizzera, Adele tiene duro e prova a reinventarsi una vita in campagna con le donne di casa. La madre Salvatrice vive una nuova giovinezza accanto a Cosimo, mentre la sorella minore, che sogna Hollywood, e la figlia Ina, adolescente superficiale e indifferente al mondo, mal si adattano alla faticosa vita nei campi.
Sottotrame seminate e mai raccolte, discorsi sociali importanti lasciati inerti, direzioni perseguite a metà: ben presto ci si chiede di chi o cosa stia parlando veramente In grazia di Dio. Dopo una prima parte incentrata sulle difficoltà economiche del Sud del nostro Paese, con accenni solo abbozzati a vicende come quella degli scafisti di immigrati illegali, Winspeare si concentra su Adele. Il personaggio duro e anaffettivo della donna lascia poi confusamente posto al dramma di Ina, che aspetta un figlio ma non sa chi sia il padre.
Confusione, lungaggini insopportabili e il dubbio finale sul significato del film, che sembra a tutti gli effetti una bozza da compiere.



Voto: 1,5/4



BLACK COAL, THIN ICE di Diao Yinan (2014)

Nel 1999 un misterioso omicida seziona cadaveri i cui arti vengono ritrovati sparsi nelle fabbriche di carbone di un'intera provincia cinese. Le indagini portano a una sparatoria in cui perdono la vita due poliziotti e l’ispettore Zhang Zili viene sollevato dall'incarico e sospeso dal servizio. Depresso, abbandonato dalla moglie e senza più obiettivi, finisce per diventare una guardia giurata con gravi problemi di alcolismo. Cinque anni dopo l'assassino torna a colpire. Chiamato a indagare in segreto dal vecchio collega, Zhang inizia a pedinare la sospettata, la bella Zhizhen, finendo per innamorarsene.
Niente di nuovo sul fronte orientale.



Voto: 2/4



PIERROT LUNAIRE di Bruce LaBruce (2014)

Torna il bambino cattivo dell'avanguardia LGBT con l'ennesima provocazione tra lo scanzonato e lo sperimentalismo estremo. In un bianco e nero che omaggia l'Espressionismo - richiamato anche dal trucco della protagonista- racconta la storia di Pierrot, ragazza fuori e uomo dentro. Innamorato/a della bella Columbine e osteggiato dal padre di lei -un "grasso borghese"- Pierrot andrà alla ricerca di un pene da fare suo per poter coronare il suo sogno d'amore. Al solito delirio fallocentrico di LaBruce - corpi maschili nudi, peni eretti, masturbazioni e genitali prostetici - si unisce il commento sonoro cantato in tedesco dalla protagonista Susanne Sachsse. Gli elementi poetici presenti nel film non sono comunque farina del sacco di Labruce che trae ispirazione dal famoso Pierrot Lunaire di Schönberg, a sua volta basato sulle poesie di Albert Giraud. Quello che aggiunge il regista è, naturalmente, l’elemento di transessualità e la sarabanda di peni: LaBruce si sforza di stupire e scandalizzare come è nel suo stile, ma la sensazione è di trovarsi di fronte a una provocazione un po' datata. Comunque interessante per gli amanti dell'avant -garde.

 

Voto: 2/4

 


ALOFT di Claudia Llosa (2013)

Tra Terrence Malick e Il miglio verde, questo strana e affascinante pellicola si immerge fin dalle primissime inquadrature in un paesaggio gelido e immacolato. Jennifer Connely è Nana, una donna che scopre di avere doti taumaturgiche, ma non riesce comunque a guarire il suo figlio più piccolo, Gully, malato di cancro. Anni dopo il figlio maggiore Ivan (Cillian Murphy) andrà alla ricerca di quella madre tanto distante che l'ha abbandonato per aiutare gli altri, lasciandolo solo con la sua oscurità.
Una figura femminile connessa profondamente alla natura, il fascino femminino magnetico, incapace di essere madre di un singolo perché impegnata ad essere madre di tutti.
Incorniciato dal volo dei falchi, che Ivan alleva fin da bambino, questa strana odissea sui ghiacci scivola avanti e indietro nel tempo, dondola tra i rami secchi delle foreste, si perde e si ritrova in attesa di un finale forse un po’ consolatorio e scontato. Inutile, anzi piuttosto nociva, la presenza di Mélanie Laurent.

 

Voto: 2,5/4

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