Praia do FuturoAncora niente di nuovo sul fronte tedesco. La sessantaquattresima Berlinale entra nella seconda settimana con lentezza, con inspiegabili scelte da parte dei selezionatori del concorso che puntano su titoli piatti, banali, senza nessuna minima velleità sperimentale. Pellicole che per lo più annoiano o lasciano indifferenti, ma soprattutto che starebbero bene in un qualunque palinsesto televisivo e che non hanno niente del respiro innovativo che si dovrebbe richiedere a un festival di questa importanza.

Stanca fin dalle prime inquadrature il greco Stratos, ennesima figura di villain solitario e sensibile di cui si può fare tranquillamente a meno. Allo stesso modo, sorprende per un’assoluta mancanza di idee l’austriaco Inbetween worlds, il millesimo war drama ambientato in Afghanistan. Un po’ meglio per Praia do futuro, che inizia su un’assolata spiaggia brasiliana e finisce nella piovosa Berlino.

 

 

 

STRATOS di Yannis Economides (2014)

Panettiere di notte e killer di giorno. Naturalmente solitario, di poche parole, dallo sguardo triste e impenetrabile, Stratos è il solito antieroe di cui non si sentiva il bisogno. Legato da fraterna amicizia – che sorpresa – al criminale Leonidas che gli ha salvato la vita in carcere. Apparentemente imperturbabile ma capace di prodursi in atti di ferina crudeltà. Incline a commuoversi e costretto a trattenersi davanti ai soprusi. Una sequela incredibile di luoghi comuni e dejà-vu, una regia stantia, inutile, una figura stereotipata fino alla nausea. Il volto scavato e grottesco di Vangelis Mourikis non basta a restituire un minimo di spessore a un film che davvero non ci si spiega tra i titoli in concorso.

Voto: 1,5/4

ZWISCHEN WELTEN (INBETWEEN WORLDS) di Feo Aladag (2014)

Altra accozzaglia di banalità incorniciate da un occhio registico appannato e sonnacchioso, Zwischen Welten (Inbetween Worlds) racconta il rapporto, in bilico tra amicizia e diffidenza, del soldato tedesco Jesper con il giovane interprete afghano Tarik. Quest’ultimo, come dice il titolo, si trova a essere diviso tra due mondi, discriminato e addirittura minacciato, insieme alla sorella, dai suoi connazionali a causa della sua vicinanza con le truppe tedesche. Una scena, particolarmente irritante nel suo didascalismo, ci mostra Tarik solo tra i due gruppi di soldati che mangiano, i tedeschi da una parte e gli afghani dall’altra: c’era davvero bisogno di rimarcare il concetto tanto stupidamente? E soprattutto, c’era davvero bisogno di un altro film sulle brutture della guerra in Afghanistan, la tolleranza, il conflitto tra ordini dell’esercito e ordini del cuore e tutto il resto? Senza una sola intuizione registica, senza un solo momento di cinema.

Voto: 1,5/4

PRAIA DO FUTURO di Karim Aïnouz (2014)

Il regista algerino-brasiliano trapiantato a Berlino Karim Aïnouz racconta una storia parallela alla sua, dalle spiagge tropicali della costa brasiliana ai cieli grigi della capitale tedesca. Donato fa il bagnino a Praia do Futuro ed è un vero animale acquatico: ha una vita semplice, legata alla sua terra e al fratellino minore di cui si occupa volentieri. Un giorno si trova a salvare due bikers tedeschi in difficoltà nelle agitate acque della splendida baia: uno dei due gli sfuggirà, mentre l’altro, Konrad, diventerà suo amante. In un impeto di passione, Donato deciderà di seguirlo a Berlino e, dopo un primo periodo di difficile adattamento al clima rigido e all’assenza del mare, di fermarsi a vivere con lui. Solo anni dopo il fratello, ormai adolescente, lo andrà a cercare, arrabbiato e deluso per il suo abbandono. Ritmi lenti, a tratti esasperanti, musica techno, soluzioni visive a volte ricercate: qualche piccola intuizione che ne fa un film comunque interessante, anche se non totalmente riuscito e coinvolgente. Il contrasto tra il litorale brasiliano baciato dal sole e i parchi berlinesi battuti dalla pioggia è quasi doloroso e la saudade si trasmette anche allo spettatore. Un po’ poco, ma non del tutto da buttare, specie considerando il livello medio di questo concorso.

Voto: 2/4

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