Aimer  boire et chanterProcede piuttosto fiaccamente, questa 64° Berlinale. Con l’eccezione di The Grand Budapest Hotel e il toccante Kreuzweg (Stations of the Cross) non si registrano picchi emozionali significativi dalle parti di Potsdamer Platz. Il ritorno dell’ultranovantenne Alain Resnais non entusiasma, ma nemmeno disturba, mentre annoia il primo dei due film cinesi in concorso. L’umorismo nero e un po’ criptico del norvegese In order of Disappearance regala invece qualche risata amarognola, ma nessun palpito cinefilo.

 

AIMER, BOIR ET CHANTER (LIFE OF RILEY) di Alain Resnais (2014)

Si fa apprezzare per la voglia di sperimentare il 92enne Alain Resnais: nonostante la non più verde età, il celebre regista francese preferisce osare qualche innovazione, piuttosto che inserirsi nel solco di una tradizione consolidata al limite dello stantio come fanno molti suoi colleghi. Nonostante questa nota positiva, il suo Aimer, boir et chanter, in concorso a Berlino, non raggiunge eccelsi risultati e finisce, esaurito l’interesse per il giochino visivo, per stancare lo spettatore. Tratto dall’opera teatrale Life of Riley del drammaturgo britannico Alan Ayckbourne, mostra due coppie borghesi, visibilmente annoiate, che decidono di mettere in scena uno spettacolo coinvolgendo l’amico George Riley (presenza fantasmatica) al quale è appena stato diagnosticato un cancro terminale. Se la soluzione di ambientare il film in ambienti teatrali chiusi e palesemente finti, alternando riprese di paesaggi naturali a disegni animati come transizione da un quadro all’altro, è assolutamente vincente, la necessaria teatralità del testo dopo un po’ smette di essere graffiante e diventa ripetitiva. Peccati di gioventù, tradimenti, amicizie eterne, ripicche: tutto quello che rende brillante una commedia brillante al cinema, se non supportato da forti intuizioni, smette di brillare.

Voto: 2/4

BLIND MASSAGE di Lou Ye (2014)

Anche in questo caso la base è letterale e si tratta del racconto omonimo di Bi Feyou ambientato in un centro massaggi gestito da persone ipovedenti all’epoca d’oro del “blind massage”, ovvero il massaggio praticato appunto da non vedenti, dotati di tatto particolarmente sensibile. Amori, dissapori, dolori e solidarietà di un gruppo di persone accomunate dallo stesso handicap, anche se declinato in diverse sfumature: chi è cieco dalla nascita, chi sta perdendo progressivamente la vista ma ancora ci vede, chi l’ha persa improvvisamente in seguito a un incidente. Il cast è quasi interamente composto da persone ipovedenti e il film, anche basandosi su questo fattore, vorrebbe provare a costruire un impianto poetico, suggerendo soluzioni visive non scontate, ma l’incombere di musiche ricattatorie e le lungaggini della narrazione, troppo spesso ridonante, lo rendono lento e soporifero. Si perde ben presto l’interesse nelle vicende dei protagonisti e ci si chiede se sia davvero necessario tirare in lungo per due ore un soggetto così esile, indeciso tra l’intenzione quasi documentaristica e quella mélo.

Voto: 2/4

IN ORDER OF DISAPPEARANCE di Hans Petter Moland (2014)

Non c’è niente da ridere in Norvegia: sarà il clima rigido, o la mancanza di sole, ma da quelle parti non sembrano avere molto chiari i meccanismi dello humor. Moland vorrebbe fare un comic-thriller dallo humor macabro, una specie di Oldboy in versione scandinava, con qualche accenno sbarazzino alle tamarraggini tarantiniane, ma la ciambella gli riesce decisamente senza il buco. Stellan Skarsgård è un tranquillo emigrato svedese dall’improbabile nome di Niels Dickman che batte le strade di uno sperduto villaggio di campagna in Norvegia. L’improvvisa morte del figlio, ufficialmente ucciso da un’overdose, lo trasformerà in una terribile macchina di morte, scatenando persino una sanguinaria faida tra gli spacciatori locali e le bande di narcotrafficanti serbi. Una sola trovata (il counter che enumera i morti, man mano che vengono uccisi) e qualche battuta sul sistema sociale norvegese (“bisogna scegliere: welfare o sole. Non si possono avere entrambe le cose”), non bastano a rendere un filmetto come questo degno di un importante concorso. Gli attori, Skarsgård in primis, si sforzano di ritrarre simpaticamente i loro grotteschi personaggi, ma troppe volte le spiritosaggini sembrano buttate lì tanto per strappare risate (i gangster omosessuali che si amano segretamente, il boss vegano vessato dalla ex moglie) e tirare in lungo il brodo prima della immancabile macelleria messicana finale. Una visione leggera e frivola che non dispiace, ma non lascia nemmeno il segno.

Voto: 2/4

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più vai alla sezione Privacy e sicurezza.