jack-posterSolitudini diverse, lontanissime tra loro ma ugualmente dolorose e disperate: è il tema della prima giornata di concorso a Berlino.

La solitudine di un soldato britannico nell’Irlanda del Nord, quella di un bambino tedesco nella Berlino contemporanea e quella di un ex detenuto incapace nonostante i tentativi di costruirsi una nuova vita nell’arido New Mexico. Tre film molto diversi tra loro per un unico comun denominatore tematico.

 

 

71 di Yann Demange (2014)

Torna Jack O' Connell, che avevamo gia' visto al TFF 2012 in Tower Block e The Liability, con il suo irresistibile accento cockney. Curiosamente, il giovane attore britannico è ancora nei panni di un fuggitivo, questa volta nella Belfast degli scontri e delle rivolte, anno 1971. Gary, un cadetto inglese alla sua prima missione fuori dall'accademia militare, viene mandato a sedare le rivolte tra cattolici e protestanti: finirà braccato dai terroristi ma anche dai commilitoni infiltrati tra le frange estremiste cattoliche. Classico film sul common private che diventa merce di scambio per i giochi di potere, ha delle buone intenzioni registiche ma la sceneggiatura appare un po' confusa, come anche il messaggio di fondo. Non c'è ideologia che tenga, sembra suggerire il regista, le guerre sono sempre sbagliate e chi viene mandato al macello non è che un'inutile pedina nelle mani di chi controlla le fila: in questo modo si perde un po’ il discorso politico sulla gravissima situazione tra cattolici e protestanti nell’Irlanda del Nord. Il soldato Gary, sperduto, confuso, scappa per sopravvivere, senza capire niente della situazione che lo circonda: spesso seguito dalla camera a mano e accompagnato da una fotografia nebulosa, fumogena, tra cadaveri di auto sventrate e notti incendiate da bottiglie molotov. Un esordio al lungometraggio comunque interessante per Yann Demange.

Voto: 2,5/4

JACK di Edward Berger (2014)

Nella Berlino odierna, Jack, dieci anni, deve occuparsi di se stesso e del fratellastro Manuel: la madre, giovane e disorientata, non riesce a ricoprire il proprio ruolo, preferendo quello di compagna di giochi. A metà tra neorealismo e bildungsroman, seguiamo l'incedere affannoso e spaventato del piccolo uomo protagonista, in fuga dalla comunità cui è stato affidato, alla ricerca di una madre che non c'è e non può comunque esserci. Grande prova d'attore per l'esordiente Ivo Pietzcker, bravissimo a dare corpo alla solitudine di un bambino costretto a crescere troppo in fretta. I sobborghi berlinesi vuoti e spietati, dove a nessuno interessa perché due minorenni vagano soli di notte per le strade, sporchi, affamati, costretti a dormire in auto abbandonate. I bambini rappresentano un fardello per la società: per la madre, che vuole essere libera di uscire fino a tardi e conoscere ragazzi, per gli amici, che non vogliono prendersi responsabilità. In un mondo ostile e indifferente come questo, a Jack non resta che prendere in mano la propria vita e quella di Manuel, cercando di sopravvivere, dove vivere sembra non essere possibile.

Voto. 2,5/4

TWO MEN IN TOWN di Rachid Bouchareb (2014)

Quando non si ha niente da dire, insegna il saggio, sarebbe meglio stare in silenzio. E il film di Bouchareb, nonostante il cast importante, sembra davvero non avere nessun concetto originale da proporre. William Garnett (Forest Whitaker) esce di prigione dopo 18 anni, convertito all’Islam e determinato a costruirsi una nuova vita nel polveroso e squallido New Mexico. Lo aiuterà l’agente Smith (Brenda Blethyn), fiduciosa nelle capacità di redenzione della gente. Ma lo sceriffo (Harvey Keitel), che non gli ha perdonato l’omicidio del suo vice, fa di tutto per ostacolarlo: inoltre il suo vecchio amico della mala (Luis Guzmàn) vuole che ritorni nel giro a tutti i costi. Un film assolutamente inutile, dove il solito errabondo che lotta per redimersi contro tutto e tutti viene messo a girovagare nel deserto su una vecchia moto, novello eroe solitario del West, perennemente e ridicolmente in giacca e cravatta. Come sempre, buone prove d’attore per Whitaker e Keitel, che però non sono sufficienti a risolvere le mancanze di una sceneggiatura poco coesa. Se da un lato l’ambientazione sembra casuale, dall’altro viene buttato lì molto superficialmente il drammatico tema degli illegali messicani che muoiono di stenti nel tentativo di passere il confine americano. La fotografia dei paesaggi desertici è eccellente, ma sembra l’ennesimo tentativo di rendere epico quello che è un filmetto banale, senza nessun motivo di interesse.

Voto: 2/4

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