SguardiAltrove cover verticale

the-grand-budapest-hotel-poster-vulturePartenza nostalgica per la Berlinale 2014 con l’apertura affidata all’ex bambino prodigio del cinema americano Wes Anderson e al suo The Grand Budapest Hotel. Racconto appassionato e melanconico di una belle époque ormai svanita, volatile e leggera come le tracce della fragranza maschile usata dal mitico concierge Gustave H. (Ralph Fiennes), la pellicola guarda al tempo in cui i Marriott e gli Hilton non spadroneggiavano ancora nel panorama dei resort di lusso. Sulla cima impervia di una montagna in un immaginario stato europeo si arrocca il Grand Budapest Hotel, rifugio dorato della bella gente degli anni trenta: sono in particolare le vecchie dame danarose a prenotarsi immancabilmente una suite per le vacanze, per farsi coccolare da Gustave, gran maestro d’albergo per vocazione, organizzatore impeccabile e impenitente seduttore di anziane dal pingue conto in banca.

 

Dal racconto in flashback di Zero, ex-pupillo del concierge e umile lobby boy all’inizio della sua carriera al Grand Budapest, si dipana la straordinaria avventura che porterà allievo e maestro a trafugare un prezioso dipinto, evadere dal carcere, fuggire dalla polizia e da un minaccioso killer psicopatico per poi tornare al rassicurante ed elegante rifugio dell’hotel, ormai diventato, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, un presidio per le truppe militari.

Un monumentale cast, anche se si tratta per lo più di piccole apparizioni, si avvicenda tra i capitoli della struttura drammaturgicamente perfetta del film. Incontriamo i vecchi amici di Anderson, da Owen Wilson a Jason Schwartzman, da Adrien Brody a Bill Murray (a Berlino anche per presentare The Monuments Men di George Clooney), insieme a new entry come la giovane Saoirse Ronan. Indelebili rimangono le apparizioni dell’irrionoscibile Tilda Swinton, nei panni della vecchia signora innamorata di Gustave, e di Willem Dafoe, assassino mostruoso dai canini affilati. Ma funzionano tutti: il luciferino Brody, il misterioso Mathieu Amalric, il redivivo Jeff Goldblum e il cameo di Jude Law nei panni del narratore della storia.

Impressionante come l’immaginario dèco di Anderson si adatti ai paesaggi innevati, ma soprattutto agli interni decorati geometricamente dell’albergo: il suo respiro, un po’ cartoonistico, un po’ favolistico, si fonde delicatamente e funzionalmente con il ritmo vivace di una vicenda intricata e comica, lasciando in sottofondo una costante vena di malinconia e rimpianto per un mondo perduto.

Intessendo un’atmosfera dolcemente decadente, che sa di vecchie vasche termali e bouquet lasciati ad appassire, Anderson costruisce il suo omaggio verso un universo, anche cinematografico, lontano ma sempre vivido nei ricordi leggermente virati in seppia degli appassionati. Un mondo superficiale, forse, frivolo, come è frivolo Gustave H., per il quale l’impeccabilità sembra essere l’unico valore, ma allo stesso tempo incredibilmente ricco e divertente.

Un altro piccola perla nella filmografia del regista texano dallo stile inconfondibile, ormai da considerare un autore a tutti gli effetti.

Voto: 3/4

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