rojo

“Un luogo lontano, che forse non è così lontano” è ciò che si propone di raccontare il giovanissimo regista argentino Benjamin Naishtat, al suo terzo lungometraggio dopo l’esordio alla Berlinale 2014 (Historia del miedo). Claudio (Dario Grandinetti) è uno stimato avvocato di provincia, la cui vita tranquilla, ammorbidita da partite di tennis, giochi di società e vacanze in famiglia, si trasforma in incubo dopo un alterco con uno sconosciuto (Diego Cremonesi) al tavolo di un ristorante.

Ambientato in Argentina alla vigilia del golpe del 1975, il noir di Naishtat guarda al cinema cileno di Pablo Larrain e a quello di Pablo Trapero (Il clan, 2015), nel descrivere, più che il diverbio politico, la guerra sporca che imperversa tra la gente comune, la maggioranza silenziosa e passiva.

“Rojo” è il filo conduttore della pellicola, curatissima nell’uso dei colori: un rosso che non si vede direttamente, ma che traspare da macchie sul muro, da ridicole pubblicità di caramelle, dai tori ammazzati nei rodei, persino da cenni alle mestruazioni femminili. Violenza e perversioni compaiono, alla David Lynch, solamente al di sotto di una facciata perfetta, nelle dinamiche di una famiglia medio-borghese, quanto più conformista tanto più ambigua.

Nonostante un vero e proprio abuso del piano sequenza e un ritmo molto lento soprattutto nella parte iniziale, il film di Naishtat dà voce con maestria a quello che ancora oggi è un tabù per la popolazione argentina, nonché oggetto di damnatio memoriae per il governo.

Il trauma dei desaparecidos è anticipato da giochi di prestigio, dalle numerose ellissi per cui i corpi trascinati non si vedono, e dei figli scomparsi nel deserto non sappiamo più nulla.

Mentre si consuma l’alleanza grottesca tra i cowboys nordamericani e i politici argentini, la gente comune svuota le case e osserva l’eclissi, che tinge di rosso una “terra senza Dio”.

Voto: 3/4

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