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"I giornalisti mi chiedono sempre qual è il primo film che ho visto, io ovviamente non me lo ricordo, così ne dico uno a caso: Mancia competente di Lubitsch". 

In occasione della scomparsa avvenuta domenica scorsa all’ospedale di Milano di Morando Morandini, decano dei critici cinematografici italiani, autore del celebre dizionario dei film e delle serie tv (edito da Zanichelli e giunto nel 2015 alla diciassettesima edizione), desideriamo omaggiare la figura di un uomo di profonda cultura, con la pubblicazione di un’intervista postuma che il critico milanese concesse al sottoscritto, quando, da giovane studente universitario, cullava il sogno di seguire come lui la carriera di critico cinematografico.

Era un Morando Morandini ancora profondamente innamorato del cinema quello che sei anni fa, ci accolse nella sua abitazione milanese di Via Ripamonti per offrire una testimonianza a tutto tondo della vita di un critico. “Io mi considero un critico anomalo”, mi confidò, perché dal ’46 al ’52 aveva scritto pezzi giornalistici generici in due quotidiani cattolici di Como, città in cui aveva fondato un cineclub.

Se gli chiedevano di definire la sua giovinezza, rispondeva che è stata breve, proprio come il vecchio prigioniero diceva a Clint Eastwood in Fuga da Alcatraz. Da ragazzo aveva due passioni: il cinema e la letteratura, delle quali avrebbe continuato a occuparsi durante l’esperienza al “Giorno”, durata ben 34 anni. Con orgoglio dichiarò di essere "l’unico critico ad avere una figlia costumista" (Lia Morandini, una delle più apprezzate costumiste italiane, ndr) che gli aveva insegnato a considerare il sistema produttivo che attiene alla realizzazione di un’opera.

Sul rapporto tra cinema italiano e americano trovava ingiusto paragonare un’opera prima italiana con un’altra statunitense, che costa in media cinque volte di più. Quanto al dizionario omonimo, era per lui un passo importante e sottolineava che il suo era un dizionario a conduzione familiare, realizzato con la sola collaborazione di moglie e figlia: “È uno strumento da tenere vicino all’apparecchio televisivo”.

E non ebbe nessuna remora a dichiarare che le sue schede erano migliori di quelle che si leggono sui quotidiani. Era inoltre uno dei pochi critici ad avere anche recitato: ricordò con soddisfazione i suoi due ruoli in Prima della rivoluzione di Bernardo Bertolucci e Remake di Ansano Giannarelli. “Nel film di Bertolucci ero doppiato da Gastone Moschin - ricordava - e quando le mie figlie videro il film esclamarono stupite: 'Questa non è la voce del papà'”.

Per lui il mestiere di raccontare storie era il più bello del mondo dal momento che lo si fa per far contenti gli altri. Ci confessò che gli sarebbe piaciuto intraprendere la carriera di regista, ma che a causa del suo carattere profondamente individualista non sarebbe mai riuscito a sfondare.

Appartenendo alla generazione dei “neorealisti”, il suo film preferito non poteva che essere Paisà e amava alla follia i film di Carnè e Duvivier, oltre che la commedia americana in genere. 

La redazione di I-FILMSonline lo ricorda con affetto. Ciao Morando.

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