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Cannes 67   Mike Leigh   Marie Amachoukeli   Claire Burger   Samuel Theis   Adberrahmane Sissako  

cannes 2014Dopo il mezzo passo falso del film di apertura di ieri sera, Grace di Monaco, il Festival oggi inaugura il concorso con due film entrambi attesi, Mr. Turner del britannico Mike Leigh e Timbuktu, del mauritano Adberrahmane Sissako. Inaugurata sempre oggi la sezione collaterla Un Certain Regard. Ma entriamo più nel dettaglio.

 

 

MR. TURNER, di Mike Leigh

Ci sono moltissime cose che Mike Leigh vuole dirci con questo film e, per farlo, decide di raccontarci la storia di William Turner, pittore inglese che la critica annota come precursore del movimento impressionista. La pellicola in questione è una pellicola densissima, l’amore per il proprio mestiere, la morte, gli affetti, la rivalità, il colpo di genio, sono tutti elementi che vengono presi in considerazione, eppure Mike Leigh sembra voler insistere su un’altra questione che lo preme di più, le arti visive. Turner fu un grande pittore di paesaggi e per connotarlo al meglio, il regista lo inquadra sin da subito in mezzo alla natura, alla ricerca delle sue avversità (il pittore si fa legare all’albero maestro di una nave per affrontare una tempesta), alla ricerca della luce. La luce, magistralmente diretta per il film da Dick Pope che già nel precedente Another Year aveva dimostrato il suo valore, è ciò che dà origine ai colori ed è alla base delle arti visive, così nella pittura come nella fotografia (presente seppur in minima parte in questo film) per approdare infine al cinema. Altro elemento che accomuna questi 3 modi di espressione è che tutti si avvalgono di un quadro che determina i limiti della loro immagine. Mr. Turner è un film completamente calato in questi limiti. Leigh incornicia i suoi personaggi tra le mura o le porte di casa, nei teatri, nelle finestre e via dicendo, quasi come se volesse imprigionarli per poterli controllare e studiare meglio. Ma le persone si comprendono poco alla volta ed interagendo con loro, ecco dunque che dopo 2 ore e 30 minuti che comunque non pesano alla visione grazie anche all’ottimo lavoro degli attori in scena (primo fra tutti Timothy Spall che potrebbe già essere un candidato al premio per la migliore interpretazione maschile), lo spettatore riesce ad avvicinarsi maggiormente a quel pittore solitario e scontroso che, in un finale un pelino troppo retorico, rivela la sua completa umanità invocando sul punto di morte il suo unico dio, la luce. Appunto.  (Simone Soranna)

Voto: 3/4

 

 

TIMBUKTU, di Abderrahmane Sissako

Altra pellicola in concorso presentata quest’oggi al festival di Cannes è stata Timbuktu di Abderrahmane Sissako. Il regista mauritano, che già nel 2002 aveva vinto il Premio Fipresci per Aspettando la felicità, realizza un film che è il crudo ritratto di una città costretta al silenzio, terrorizzata dai fondamentalisti islamici che ne hanno preso il controllo. L’opera è un tipico esempio di cinema impegnato da festival, e il regista, per raccontare le vite di diversi personaggi che abitano nei pressi della città di Timbuctù, in Mali, ha preso spunto dalla reale vicenda di una coppia di ragazzi non sposati, e per questo condannati alla lapidazione. A volte troppo prolisso e didascalico dal punto di vista narrativo, Timbuktu ha il merito di mettere in scena un forte contrasto tra le splendide e delicate costruzioni della “città di sabbia” (Timbuctù è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco) e la brutalità delle azioni violente che invece la caratterizzano al suo interno. Avvalendosi di una regia semplice e rigorosa, Sissako centra l’obiettivo grazie ad alcune sequenze destinate a rimanere a lungo impresse nella memoria come la scena della lapidazione e della partita di calcio.  (Andrea Chimento)

Voto: 2,5/4

 

 

PARTY GIRL, di Marie Amachoukeli, Claire Burger, Samuel Theis

La sezione collaterale più importante del festival di Cannes, Un Certain Regard, prende il via con un titolo insolito e non di grande richiamo. Invece di essere inaugurata da un grande nome del cinema contemporaneo come è successo negli ultimi anni, si è deciso di lasciare il ruolo di apri pista a tre giovani registi francesi ed esordienti che con il loro Party Girl raccontano le vicende di Angelique, una signora di sessant’anni che, dopo aver passato una vita intera come ballerina in vari night club, ha trovato un uomo che le ha chiesto di sposarlo. Lo spunto da cui il film prende le mosse sembra molto interessante e la volontà dei tre autori di mettere al centro del loro lavoro l’essere umano è dichiarato dallo stile della regia sempre vicinissima ai volti dei personaggi. Il cinema però è fatto soprattutto di immagini più che di parole ed è proprio su questo punto che Party Girl risulta debole. Infatti, dopo un’introduzione riuscita, in cui conosciamo la protagonista, il suo ambiente e iniziamo ad intuirne i problemi, il film si fa troppo didascalico, trascinandosi per più di un’ora senza grandi picchi emotivi, anzi, giocandosi anche qualche carta evitabile (in primis la scelta, poco originale, di introdurre una figlia lontana che torna dopo molto tempo). Verso la fine però la pellicola ritorna su binari più congeniali, regalando sequenze riuscite e svolte narrative ed emotive credibili e coerenti. Il tutto comunque non riesce a cancellare una sensazione di “già visto”.  (Simone Soranna)

Voto: 2/4

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