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Berlinale 64   Edoardo Winspeare  

in-grazia-di-dio-locandinaOltre due ore che ruotano intorno a una storia familiare ambientata in Puglia ai tempi della crisi, girando a vuoto, senza prendere una direzione precisa: questa è l’impressione che dà In grazia di dio. Verso l’inizio degli anni Duemila Edoardo Winspeare, classe 1965, sembrava dover diventare una grande promessa del cinema di casa nostra: salentino legato a doppio filo alle proprie terre, aveva interessato la critica con Sangue vivo (2000) e Il miracolo (2003), per poi sparire dalle scene fino al 2008 (Galantuomini), dopo il quale si è eclissato nuovamente.

La volontà del regista di raccontare la Puglia ai tempi della crisi vista dallo sguardo corale di una famiglia matriarcale si scontra con il suo stesso desiderio di entrare nello specifico dei personaggi, di scandagliarne la psicologia: il risultato è un’opera raffazzonata, lunga ma poco coesa, le cui intenzioni rimangono nebulose fino alla fine.

 

I fratelli Tagliaferro sono costretti a chiudere l'impresa di famiglia e a vendere la casa, schiacciati dai debiti. Mentre Vito si trasferisce con la moglie e i figli in Svizzera, Adele tiene duro e prova a reinventarsi una vita in campagna con le donne di casa. La madre Salvatrice vive una nuova giovinezza accanto a Cosimo, mentre la sorella minore, che sogna Hollywood, e la figlia Ina, adolescente superficiale e indifferente al mondo, mal si adattano alla faticosa vita nei campi.

Una prima parte piuttosto ben fatta, dedicata al dramma di Vito e Adele, che cercano commesse, si indebitano con società di “finanziatori” più o meno legittime, tentano l’impossibile per salvare l’impresa di famiglia si intreccia con il dramma degli immigrati clandestini appena accennato. La disperazione di Vito lo porterà infatti ad accettare un lavoro da “scafista” pur di guadagnare qualche migliaia di euro: poteva essere una direzione interessante, e invece Winspeare di punto in bianco l’abbandona per rivolgere lo sguardo ad Adele. Sconfitta, frustrata, madre di un’adolescente spigolosa, ribelle e orgogliosamente ignorante, la donna sembra a poco a poco emergere dalla sua spessa corazza di anaffettività per tornare ad amare, la sua terra e poi chissà, forse anche il suo timido amico Stefano. Ma il tutto perde presto di interesse e la gravidanza della giovanissima Ina, che non conosce nemmeno l’identità del padre, sembra quasi un pretesto per riagganciare lo spettatore, ormai perso tra noia e vicoli ciechi imboccati continuamente dalla sceneggiatura.


Confusione, lungaggini insopportabili e il dubbio finale sul significato del film, che sembra a tutti gli effetti una bozza da compiere.

Un risultato veramente piatto, nonostante l’eccesso di carne al fuoco, in cui si salvano le buone interpretazioni del cast quasi tutto al femminile e gli splendidi paesaggi pugliesi con le terrazze di ulivi che degradano dolcemente nel mare.



Voto: 1,5/4

 

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