sion sonoWHY DON’T YOU PLAY IN HELL, di Sion Sono (2013) - Orizzonti


Dopo aver riflettuto riguardo al post Fukushima, Sion Sono si concede una piccolo parentesi più leggera e ludica con questa commedia dalle tinte demenziali e metacinematografiche. Il regista nipponico crea un omaggio a un cinema che non c’è più, un omaggio alla pellicola, all’artigianalità di quest’arte e alla passioni di giovani aspiranti artigiani. Lo fa con quest’opera divertente e leggere ma comunque complessa nella sua struttura narrativa (3 diversi piani, 3 diverse storie con altrettanti protagonisti che si intrecceranno nella seconda parte) e nel suo girato. Il regista nipponico dimostra di saperci fare e soprattutto di sapere dove voler condurre la sua flotta. Il film, oltre a rilfettere in qualche modo su se stesso, ha come filone comune di tutte le storie la ricerca di un obiettivo. Ogni personaggio ha un sogno e vuole portarlo a termine. Sembra una morale un po’ da adolescenti, e forse lo è, viste anche le tinte di cui spesso viene ricoperto il film.

Un giochino cinefilo e autoreferenziale che (si) diverte. Però il lavoro alla lunga stanca un po’ e diventa eccessivo. Una prima parte troppo prolissa per presentare tutti i piani narrativi e i personaggi, non è calibrata da una seconda parte molto scherzosa e citazionista ma altrettante lunga e a tratti esagerata. Insomma, lo scherzo è bello, ma se fosse durato poco sarebbe stato meglio.

Voto: 2,5/4

 

 

VENEZIA 70 FUTURE RELOADED, di AA. VV. (2013) - Progetto Speciale Fuori Concorso

 

Presentato come "progetto speciale", Venezia 70 Future Reloaded si presenta come un'opera interessante sulla carta. Infatti, per omaggiare l'importante anniversario della mostra del cinema di Venezia, 70 diversi registi provenienti da tutto il mondo, che durante la loro carriera sono passati con i loro film qua al Lido, hanno composto 70 diversi cortometraggi di lunghezza massima 90 secondi, che riflettessero sul futuro del cinema e omaggiassero in qualche modo la mostra. Ora, il difetto del film ricade sicuramente sul rischio più grande in cui un'opera di questo tipo incombeva, ovvero la monotonia. 70 corti sono davvero tanti, inoltre, se sono legati gli uni agli altri semplicemente da un cartello che ne indica gli autori, la cosa non aiuta. In pochi hanno omaggiato la mostra, in pochi sono riusciti a riflettere in maniera divertente e originale sul cinema e sul suo futuro, in molti si sono lasciati andare alla retorica e a scelte stilistiche che caratterizzano di più i video artisti invece che i registi cinematografici. Forse un'attenzione maggiore da parte dei curatori avrebbe aiutato. Così facendo, il mosaico di cortometraggi rimane sulla carta qualcosa di molto interessante e anche stimolante per un anniversario del genere, ma gran parte del potenziale è sfruttato poco. Notevoli i lavori di Maresco, Ferrario, Kim - Ki Duk, Shinya Tsukamoto, Abbas Kiarostamis e Giorgos Lanthimos.

 

Voto: 1,5/4

 

 

L’ARTE DELLA FELICITA’, di Alessandro Rak (2013) - settimana Della Critica


Per chi si interessasse un minimo di animazione, non sarebbe una sorpresa sapere che in Italia anche questo settore rientra in uno dei tanti da riformulare, su cui insistere maggiormente e rischiare di più. Oltre a D’Alò e a poche altre serie televisive, i così chiamati “cartoni animati” non trovano spazio. Dunque è curioso sin dalle premesse questo lavoro di Rak, un film d’animazione pensato per un pubblico adulto, con uno stile davvero interessante, tratti rudi, secchi, nervosi, movimenti di macchina in alcuni casi molto notevoli così come l’impiego della luce e il montaggio. Ma il film soffre purtroppo di un problema enorme che risiede tutto nel soggetto ancor prima della brutta sceneggiatura. L’Arte della Felicità ha un copione che non sa dove vuole andare e non sa nemmeno da dove partire. In compagnia di un taxista sull’orlo della crisi esistenziale, facciamo la conoscenza di bizzarri personaggi che in qualche modo dovrebbero illuminarlo, in una Napoli buia e tempestosa che rivedrà la luce solo nel finale con una retorica che definire imbarazzante è dire poco. Si parla di tutto in questo film, ma non si riflette su nulla. La solitudine, la speranza, i sogni, la famiglia e la tanto agognata felicità sono solo alcune tematiche abbozzate e chiuse in poche sequenze, come i personaggi e come la musica che dovrebbe farla da protagonista (il taxista è un ex-musicista) e che invece risulta uno degli elementi che più infastidiscono la visione. Insomma, c’è da sperare che qualcosa si sia mosso nel settore animato, ma c’è anche da sperare che prima di lavorare su un progetto d’animazione, ci sia alle spalle un’idea cinematografica molto più studiata di questa.


Voto: 1,5/4

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