locandina-il-grande-racketEnzo G. è un tipo schietto, solare e sanguigno. Spesso i suoi film sono stati considerati di serie B, ma nella vita la sua rivincita l’ha ottenuta alla grande. Ha avuto la soddisfazione, durante una conferenza stampa al Festival di Venezia con a fianco il suo grande amico Quentin Tarantino, di affermare che B-movie sta per Beautiful movie (alla faccia della critica ben pensante). Ieri a Milano, in occasione dell’ultima serata del B-Movie Festival, Castellari (assieme a Davide Pulici di Nocturno e al giornalista Fulvio Fulvi) è intervenuto prima della proiezione del suo Il grande racket (1976).

Il regista romano, vero fiume in piena, ha raccontato aneddoti sulla sua carriera e ha risposto alle domande di una sala gremita, accorsa lì solo per lui. Si è parlato un po’ di tutto, dall’odio viscerale che prova per il termine poliziottesco, fino a quanto alcune sue pellicole possano essere considerate ancora attuali: «Il miglior titolo per un poliziesco ambientato nel 2012 non potrebbe che essere La polizia incrimina, la legge assolve». Inevitabili le domande sul rapporto con Tarantino: «Lui parlava spesso di me, ma io non avevo visto nemmeno Le iene. Come condizione alla sua partecipazione al Festival di Venezia mise la proiezione del mio Bastardi senza gloria, che soddisfazione».

Tornando a Il grande racket, Castellari ha descritto a 360° ogni aspetto per cui la pellicola andrebbe vista, incalzato entusiasticamente dall’appassionato Pulici. Il fondatore di Nocturno ha introdotto il film, definendolo: «Il più bel film poliziesco che abbia mai visto, costruito magistralmente e con delle scene d’azione divertenti e molto violente». Ha inoltre suggerito di soffermarsi su alcuni aspetti importanti: il carrello circolare nella sequenza del carcere, il ritmo serrato della sparatoria presso la stazione Tiburtina, la scelta di far interpretare un cattivo a Marcella Michelangeli e soprattutto l’incredibile scena dell’auto che rotola giù da un dirupo (in cui è ripreso l’interno dell’abitacolo senza perdere nemmeno un ribaltamento).

Proprio riguardo all’auto che ruzzola, Castellari dichiara: «Per quella sequenza ho usato una tecnica particolare: ho trovato due ruote di metallo giganti a cui ho saldato la struttura della vettura. In quel modo ho potuto riprendere con la cinepresa l’interno dell’abitacolo mentre rotolava con dentro il protagonista. Un effetto che molti registi m’invidiano ancora». Alla stazione Tiburtina «mi sono divertito molto. Le sparatorie le giravo con il piacere di non sapere chi fosse l’autore del delitto. Prima ho girato tutte le morti (dirigendole acrobaticamente) e poi ho ricostruito gli spari a braccio, a tavolino».

Essere regista significava «mettere in scena solo ciò che avrei voluto vedere da spettatore».

Enzo G. Castellari ha poi elogiato il cast, soffermandosi in particolare su alcune figure cui più era legato. Il protagonista «Fabio Testi era un signore nella vita, ma anche sul set. Un attore dotato di una fisicità pazzesca, bello sempre». Renzo Palmer, che nel film interpreta un oste al quale hanno stuprato e ucciso la figlia, «era un grandissimo attore e soprattutto un grandissimo amico. Parlare di Renzo mi commuove sempre».

Nella scena finale c’è una battuta che racchiude perfettamente l’essenza di Enzo G. Castellari e del suo cinema: «A stronza, non lo vedi che so’ immortale».

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